Recensione: Miserist

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I Miserist si addentrano nell’angoscia spettrale di un edificio abbandonato al cui interno aleggia una sofferenza tangibile e maleodorante. Dalle dichiarazioni del leader della band si evince che, per la composizione dell’intero EP, egli stesso abbia tratto ispirazione da un documentario su un ospedale psichiatrico.

In un percorso gelido, attraversato da atmosfere che tolgono il respiro, i Miserist muovono i primi passi. Lungo un corridoio lacerato dal tempo, i suoni sinistri avvolgono come serpi l’anima black metal dei brani a cui si aggiungono trame di stampo industrial e drone. Ritmi opprimenti pulsano nelle stanze vuote dove resta palpabile la soffocante inquietudine spogliata di qualsiasi voce. Ci troviamo infatti al cospetto di un disco interamente strumentale che non fa che accrescere l’ombra dell’immaginazione.

Nel lugubre labirinto c’è la continua ricerca di una via d’uscita materializzata in accelerazioni improvvise, cambi di tempo e compressioni sonore. Le grate alle  finestre spengono la flebile luce di speranza che annega in una lacrima. Reminiscenze ruvide come i rumori abrasivi che levigano i ricordi e graffiano le pareti mutevoli delle sei stanze. Ogni piccolo indizio testimonia l’orrore e la violenza consumata all’interno di un luogo che la band australiana vuole assolutamente riesumare per stimolare profonde riflessioni venate di sgomento.

Miserist rimane un progetto interessante la cui peculiarità principale sembra quella di regalare una degna colonna sonora allo strazio che respira ancora in una costruzione fatiscente e senza vita ma alquanto suggestiva.

Daniele Ruggiero

 
70