Recensione: Ømni

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Non è facile essere “Ømni”. Superati ormai i tre anni di ascolti del controverso “Secret Garden” (2015), il pensiero comune dei tanti fan degli Angra non poteva che essere carico di aspettative nei confronti del lavoro che sarebbe seguito. Il disco precedente segnava del resto un importante passaggio nella vita della band, una sorta di nuovo “Rebirth” dei ridestati Angra 3.0, attraverso tre epoche ben distinguibili dalla voce cantante sul booklet. La prima era, di Andrè Matos; la seconda, di Edu Falaschi, e la terza, di… Fabio Lione. Una terza fase esistenziale iniziata in maniera poco chiara, nonostante l’encomiabile lavoro del cantante pisano durante le celebrazioni del ventennale di “Angels Cry” ed il grande carattere mostrato sul palco che gli è valso da subito il favore dei tantissimi fan della Dea del Fuoco, soprattutto dei fedelissimi latinoamericani, senza che tuttavia fosse investito immediatamente del ruolo di voce ufficiale del gruppo. Un fatto che si ripercuoteva sul già citato “Secret Garden” che incespicava proprio sull’identità vocale della band, presentando troppe voci, troppi ospiti, troppe idee gestite in maniera discutibile, tanto che la vera sorpresa al termine del disco si è rivelata la prova del talentuoso batterista carioca Bruno Valverde. In questa magmatica situazione palingenetica, sempre nel 2015 è la chitarra di Kiko Loureiro ad allontanarsi (temporaneamente?) dal gruppo che l’ha reso celebre per entrare stabilmente nei Megadeth di Dave Mustaine, sostituita da quella dal collega Marcelo Barbosa, in forze anche ai cugini Almah dell’ex Edu Falaschi.
In questo nuovo contesto, in cui la leadership degli Angra è passata nelle mani del solo Rafael Bittencourt, “Ømni” rappresenta il desiderio di un importante e non facile rilancio identitario per la band, laddove il diretto predecessore era riuscito solo in parte. I ragazzi fanno sul serio, lavorano assieme alle composizioni e si affidano di nuovo a Jens Borgen per la produzione. Anche per quanto riguarda l’artwork, molto raffinato ed opera dell’artista brasiliano Martin Diaz, la band non lascia nulla al caso, identificando fin dalla copertina il mondo utopico/distopico di una coscienza scientifica e di un pensiero trascendente, evoluzione naturale e razionale di temi già trattati anche in passato.

La coscienza trascendentale non è meta facile da raggiungere. Ma i ragazzi sembrano davvero profondere tutte le loro energie in “Ømni”. Dismessi da tempo gli abiti della band power tutta doppia cassa e linee vocali altissime, superata la prevedibile “Light of Transcendence” messa lì al primo posto solo per metterci a nostro agio, ci troviamo forse di fronte al disco più variegato della storia degli Angra: accogliendo a braccia aperte la complessità del mondo a noi contemporaneo, le influenze vanno dal progressive al death al djent al gospel di “Insania”, fino alle ritmiche etniche che da sempre contraddistinguono gli Angra, qui concentrate nella tribale “Caveman” ed in alcuni passaggi della suite finale. Davvero encomiabili su questo versante le performance di Bruno Valverde e Felipe Andreoli, protagonisti di una sezione ritmica per certi versi unica nel mondo del metal. Bene anche per il buon vecchio Rafael Bittencourt, che ci regala anche una ballata forte e struggente come “The Bottom of My Soul”. 
Marcelo Barbosa si destreggia nell’ingrato compito di non farci sentire la mancanza di Kiko, nel ruolo di “fantasma dentro la macchina” sembra avere il pilota automatico, preferendo emulare piuttosto che far uscire la propria personalità. Peccato. Kiko Loureiro fa invece capolino nella modernissima “War Horns” con un solo immediatamente riconoscibile nel virtuosismo dei fraseggi velocissimi.
Vero protagonista di “Ømni” è però il nostro Fabio Lione (intervistato da Truemetal), che supera sé stesso in una performance vibrante e superlativa, che fa subito tornare alla mente gli Athena ed i primi Labyrinth, ma con la maturità di un professionista ormai consapevole delle proprie capacità, spinto dalla volontà di dare il meglio di sé in una prova davvero importante nella sua carriera quasi trentennale. 
Con un Lione così in gran spolvero, siamo ben lieti di assistere alla riduzione di quella frammentarietà vocale che penalizzò il disco precedente. Le uniche ospiti, entrambe nell’ottima “Black Widow’s Web” sono infatti la cantante pop carioca Sandy Lima e la prezzemolina del growl Alyssa White-Gluz (Arch Enemy). Il brano gioca sulla metafora della tela della vedova nera applicata ai nostri device portatili, che ci intrappolano silenziosamente rubandoci la vita, avvelenando il nostro ego desideroso di attenzioni e lasciato poi attonito come la preda del ragno.
Molto calda la ballad “Always More” che rimanda al passato della band, con una struttura più semplice e forte di un’ottima interpretazione di Fabio: un lento che ci porta sulle rive tranquille di una spiaggia brasiliana a riflettere ed enumerare le ragioni per andare avanti in questa vita.
Chiudono il lotto due titletrack: “Ømni – Silence Inside” che è la vera e propria suite finale, multiforme e complessa con tanti cambi di tempo ed un interessante flamenco che contribuisce a creare la giusta atmosfera prima delle bordate ritmiche e dei botta e risposta delle due voci di Fabio e Rafael. Abbastanza trascurabile invece l’outro “Ømni – Infinite Nothing”, in cui ricompaiono le linee melodiche dei brani precedenti in chiave orchestrale.

Non è facile essere “Ømni”. Un disco prodotto in maniera impeccabile, suonato in maniera ineccepibile e forte delle sue numerose influenze, che riesce a superare le idiosincrasie del lavoro precedente e si presenta più forte, compatto e coeso, nonostante l’assenza di Kiko Loureiro non lasci del tutto indifferenti. Il sentore è che manchi ancora qualcosa, una scintilla che impedisce ad “Ømni” di entrare nel pantheon dei lavori più rappresentativi della band. La luce della trascendenza oltre il tempo e lo spazio è vicina, e c’è sempre una ragione in più per cercare questo stato superiore della coscienza… non resta che continuare a percorrere il sentiero, cercando di evitare le insidiose trappole della vedova nera. 


Luca “Montsteen” Montini
 

 

 
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