Recensione: Monarchy

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I Rivers Of Nihil hanno cominciato la loro carriera nel 2009 dando alle stampe, subito dopo la nascita, l'EP "Hierarchy" (2010), prodotto da Carson Slovak. Cinque anni dopo, stampato il debut-album "The Conscious Seed Of Light" (2013) e un altro EP ("Temporality Unbound", 2011), e dopo innumerevoli show in giro per il Mondo, il quintetto statunitense torna da Slovak e negli Atrium Audio in Pennsylvania per realizzare il nuovo album, intitolato "Monarchy".

Album che, nelle intenzioni primigenie della formazione, traccia i contorni del secondo frammento dedicato alle quattro stagioni. E poiché "The Conscious Seed Of Light" era dedicato alla primavera, l'oggetto delle tematiche di "Monarchy" non può essere, a questo punto, che l'estate.

Se il full-length d'esordio mostrava alcune pecche di gioventù, un'immaturità intrinseca nel riuscire a sviluppare appieno un bagaglio tecnico/artistico d'indubbio valore, con "Monarchy" pare che i Rivers Of Nihil si siano messi incredibilmente a fare sul serio. Sarà stato il ritorno da Slovak, sarà stato l'avvicendamento di Jon Kunz con Jon Topore (chitarra) e quello di Ron Nelson con Alan Balamut (batteria), sarà stato - più probabilmente - il biennio di maturazione, ma la sensazione che si prova a pelle nell'ascoltare le prime note di "Monarchy" è assolutamente positiva.

I Rivers Of  Nihil, difatti, partendo dalla loro enorme perizia esecutiva, sono riusciti a diversificare la propria musica senza stravolgerla, senza mutare il proprio stile. Che, non bisogna dimenticarlo, è death estremo assai tecnico o, che dir si voglia, 'technical death metal'. Però, facendo un passo indietro rispetto al... passato, riducendo gli inutili ammennicoli e orpelli autocelebrativi per aumentare, e non di poco, la profondità e la varietà delle varie song. In alcuni tratti addirittura melodiche grazie al congruo e costante inserimento delle tastiere o comunque di campionamenti ambient; a parere di chi scrive riuscitissimi a donare al sound degli americani quella visionarietà e quell'emotività che, prima, non c'era.     

Riuscendo a elaborare con efficacia suite piuttosto impegnative, come scrittura, quali le conclusive "Circles In The Sky" e "Suntold"; brani da gustare in pace e con concentrazione per apprezzare la crescita artistica dei Nostri. In tali canzoni la ricercatezza compositiva, se magari non apprezzata al 100%, è davvero encomiabile. I Rivers OF Nihil evitano accuratamente di bombardare e basta: il rigo musicale, qui, diviene occasione per divagare chissà dove, in qualche territorio lontano, arso e riarso; trapassati, permeati, assorbiti dall'afa estiva.

Un esperimento riuscito al 100%, quello relativo alle suddette song. E, tornando all'inizio, come non citare la stupenda progressione di "Heirless" e, di seguito "Perpetual Growth Machine", che iniziano piano piano per poi salire di ritmo sino a oltrepassare la velocità del suono, grazie alla sicura e precisa spinta dei blast-beats di Balamut. Sempre, comunque, nel rispetto della filosofia musicale illustrata in occasione dei summenzionati pezzi di chiusura.

Notevole, pertanto, il passo in avanti compiuto dai Rivers OF Nihil rispetto a "The Conscious Seed Of Light". "Monarchy" è un lavoro scevro da esasperazioni tecnicistiche, epperciò adatto anche a coloro che non amano le sonorità esageratamente... estreme.

Quintetto da tenere assolutamente d'occhio, questo proveniente dalla Pennsylvania.

Daniele D'Adamo

 
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