Recensione: Motel 666

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I Fingernails sono come la Porsche Carrera: sempre uguali ma sempre temibili. In passato, su questi schermi a sfondo nero, utilizzai una metafora del genere per qualche altra band. Nel caso del combo capitanato da Maurizio Bidoli detto “Angus” il paragone suona forte e chiaro, esattamente, o quasi, come la loro produzione, ma con una variante. Di “chiaro”, o per meglio scrivere, chiara, nella band capitolina c’è l’attitudine der Bidoli, un metallaro SPQR al 100% che da decenni combatte per la musica dura, propria e in seconda battuta anche di altri. Già, perché finché esisteranno personaggi come lui siamo al sicuro: l’heavy fucking metal non morirà mai. Tornando a sopra, al concetto di chiarezza, ehm… nei Fingernails di chiarezza ce n’è proprio poca poca… in musica, s’intende! Il loro sound è grezzo, per certi versi addirittura primitivo ed è bene che sia così. La gente, i metallari, da “Angus” vogliono quello, non ci sono storie! Nel 1988 già suonavano sporchi, nel solco dei migliori Motorhead. Non a caso, ancora oggi, rimangono gli epigoni migliori che il Nostro paese abbia saputo esprimere nei confronti di Lem & soci. Motel 666 è l’ultimo album dei Fingernails e vede la luce per la Blasphemous Art Records. Accanto a Bidoli vi sono altre due vecchie lenze dell’heavy metal di casa nostra: Fabiano “Master” Bianco, storico bombardiere degli altrettanto storici Raff, band faro dell’HM dell’Urbe e Marco “Bomber” Santoni, già parte integrante dei Fingernails nei momenti topici della loro storia. Gente che sa mettere tutti d’accordo, insomma… tre ceffi d’altri tempi che non accennano minimamente a voler smettere di far casino.  

E di casino, organizzato, dentro Motel 666 ve n’è in abbondanza: le mazzate si susseguono, lo spirito di Lemmy da lassù – o laggiù, in base a come la si veda… - guida le mosse del terzetto di cui sopra e il risultato è un album carico di energia, energia rock’n’roll, come direbbe Mr. Kilmister. Meno prosaicamente il Metallo lungo i tredici pezzi che compongono il disco cola che è un piacere. Quando Bidoli si mette dietro al microfono effettivamente vi è un cambio di marcia all’insù e fra i pezzi meglio riusciti si classificano “Devil Inside” strafottutamente alcoolica, l’intrigante e fuori dal coro “Don’t Kill The Blues”, per l’appunto un blues imbastardito in salsa Fingers ed è poi un piacere beccare Angus alle prese con la lingua italiana, vedasi alla voce numero 11: “Destino”.

Detto e scritto che l’archetipo del classico pezzo Fingernails alberga pressoché ovunque, il power trio – come si diceva ‘na volta – poteva coverizzare, con la piena titolarità per farlo “Ace Of Spades”, “Orgasmatron”, “Sacrifice” e invece ci propone la propria versione – bella – di “Love Me Like A Reptile”, non certo il pezzo più scintillante scritto in carriera da Lemmy Kilmister e i suoi Motorhead, sebbene possegga da sempre un certo fascino ancestrale.   

Motel 666 si accompagna a un libretto di otto pagine con il testo in chiaro della sola “Devil Inside”, con l'ultima nella quale è presente uno scritto di Bidoli, semplice ed efficace, redatto con il cuore in mano. Leggere per credere! Grafiche a opera di Arturo Iustini, Mister Heavy Metal Night, altro personaggio fondamentale della scena tricolore…

I Motorhead non esistono più, si sa, teniamoci ben stretti i nostri Fingernails!

‘Namo!       

 

Stefano “Steven Rich” Ricetti

 

 

 

 

 

 

 
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