Recensione: Mothership

Di Stefano Burini - 12 Febbraio 2013 - 0:00
Mothership
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Genere:
Anno: 2013
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80

Suonare dell’hard rock di discendenza settantiana oggi, nel 2013, senza risultare in alcun modo datati o stantii non è impresa da poco. Da quarant’anni a questa parte ne abbiamo viste (pardon, sentite) di tutti i colori: innumerevoli evoluzioni (o, talvolta, involuzioni) e contaminazioni che hanno spinto quello che oggi chiamiamo “rock” o “metal”, a volte, ben oltre confini che, quando questa musica nacque, non erano ancora stati non solo creati ma nemmeno pensati. D’altro canto, a fianco di un numero per forza sparuto di gruppi che, per via della loro stessa natura costituiscono  da sempre l’avanguardia, ci sono state anche molte altre band che si sono ciclicamente dedicate alla riscoperta (al revival, come lo chiamano i critici più snob) di un po’ tutti i (sotto)generi. Senza contare che, nel frattempo, più d’un esegeta ha sentito (e continua a sentire) il bisogno di rispolverare, periodicamente, la bigia profezia sulle sorti del rock (e dell’Heavy Metal).

Eppure, se oggi siamo ancora qui a discutere di band in grado di tenere ben alto il vessillo della tradizione, sbugiardando le nefaste previsioni di cui sopra e dimostrando che si può fare musica con lo spirito “di una volta” senza, tuttavia, scimmiottare i suoni e l’immaginario di un’epoca che non esiste più, lo dobbiamo a nuove leve del calibro degli statunitensi Mothership. Da un nome di così evidente discendenza zeppeliniana, portato da un giovane terzetto proveniente  da Dallas, Texas, appare appropriato aspettarsi un determinato tipo di sonorità ed in effetti i Mothership non illudono né deludono. La loro ricetta propone del puro e “semplice” hard rock in stile anni ’70 sulla scia di gruppi come UFO, Blue Cheer e AC/DC (ma anche Thin Lizzy e Led Zeppelin medesimi), eppure tutt’altro che avaro di digressioni “spaziali” debitrici tanto dei  Black Sabbath più onirici e psichedelici, quanto dello space rock e dello stoner più immaginifici; il tutto senza dimenticare qualche piccolo riferimento a band southern quali Molly Hatchet e ZZ Top

Se le radici, esclusa qualche piccola licenza, sono, dunque, per la maggior parte classiche, il sound della Nave Madre è al contrario molto attuale, con la portentosa chitarra di Kelly Juett a spadroneggiare  in lungo e in largo per tutta la durata dell’album, il grandissimo lavoro di basso del fratello maggiore Kyle, anche cantante, a fare da ottimo contraltare e il drumming molto vario e fortemente improntato all’uso dei piatti da parte di Judge Smith a completare il quadro strumentale. Forse solo la voce di Kyle Juett rimane leggermente indietro, ma va detto che la sua ugola, pur non risultando in alcun modo inadeguata, non ha la forza espressiva (né l’estensione) o la capacità di interpretazione di artisti del calibro di David Coverdale, Glenn Hughes o Jorn Lande e quindi, in confronto alla grande esuberanza chitarristica di cui sopra, si tratta di una scelta assolutamente condivisibile.  

Che si tratti di un disco guitar oriented è evidente fin dalle prime battute dell’opener “Hallucination”, uno strumentale esplosivo che mette nero su bianco le intenzioni della band a mò di manifesto programmatico. Le canzoni sono numericamente poche (otto) ma mediamente piuttosto lunghe e globalmente sostenute da ottime idee, da numeri strumentali di un certo rilievo e da un songwriting intelligente, in grado di rimanere nel solco della tradizione senza tuttavia abbassarsi al ruolo di banale imitazione. ”Cosmic Rain” ha qualcosa dei Black Sabbath e un titolo che fa sognare ad occhi (e orecchie) aperti; “City Nights” è più rockeggiante alla maniera degli AC/DC e l’assolo intorno al minuto 2 e 20 è di quelli che riscalderanno il cuore dei classic rockers più nostalgici, tuttavia è con la successiva “Angel Of Death” che tocchiamo le vette, per ora, più elevate di “Mothership”. L’intro di chitarra ad opera di Kelly Juett è pura goduria, il sound e il riffing ammiccano in maniera decisa allo stoner, il cantato di Kyle Juett si fa più aggressivo e graffiante di quanto udito finora e la melodia è di quelle che rimangono in testa fin dal primo ascolto.

 “Win Or Lose” è imponente e marziale, sabbathiana in certi frangenti, addirittura bluesy in altri, sempre sorretta da un guitar work a dir poco incandescente e linee vocali e strumentali di pregio. Lo stoner di marca Sleep sale alla ribalta con la massiccia “Elenin” grazie a riff lenti e rotolanti e ad un sound più sporco e valvoloso che non mai, senza tuttavia sconvolgere le coordinate musicali proposte finora dai Mothership. Il gran finale è riservato alla doppietta composta da “Eagle Soars”, forse la meno brillante dal punto di vista vocale, e dalla conclusiva “Lunar Master”: lunga, sfaccettata e in odore tanto di Rainbow era Dio quanto di Black Sabbath, a raggiungere il suo culmine nella parte strumentale centrale, psichedelica e di grande atmosfera.  

Che altro aggiungere? Ce ne fossero di debutti di questo livello: il mondo sarebbe di certo un posto migliore. Gli appassionati di un certo tipo di rock sono avvisati, ma anche per tutti gli altri è bene rimarcare che la lezione di musica offerta dai Mothership in questo album non è roba che si trova ogni giorno dietro l’angolo. Consigliatissimo e con bollino verde per tutti.

Stefano Burini

 

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Tracklist

01. Hallucination
02. Cosmic Rain
03. City Nights
04. Angel of Death
05. Win Or Lose
06. Elenin
07. Eagle Soars
08. Lunar Master  
 

Line-Up   

Kyle Juett: voce e basso
Kelly Juett: chitarra
Judge Smith: batteria

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Genere:
Anno: 2013
80