Recensione: Mourn the Southern Skies

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‘Quando non ci sarà più posto all’inferno i Thrasher cammineranno sulla Terra …’ viene da dire parafrasando George A. Romero (1940-2017), regista impareggiabile che, esordendo nel 1968 con ‘La Notte dei Morti Viventi’, dedicò gran parte della sua carriera a queste ciondolanti e fameliche creature, metafora delle nostre stesse paure.

Dico questo perché negli ultimi tempi abbiamo assistito ad un sacco di reunion: parecchie band che non si sentivano da anni, sia famose che poco conosciute, si sono messe nuovamente in gioco; tante, che nel tempo hanno cambiato direzione artistica, sono tornate sui loro passi arrivando, in alcuni casi, a ricomporre la formazione originale. La loro energia, esplosiva nonostante gli anni sulle spalle, unita a quella delle giovani band, rispettose della cosiddetta vecchia scuola, ha portato un buon fermento nel movimento del Thrash, tanto che ormai è usuale dire che sono più quelli che lo suonano di quelli che lo ascoltano.

Tra aspetti positivi (un netto miglioramento dei suoni e degli arrangiamenti) e negativi (la poca originalità), il Thrash continua ad andare avanti, come un’inarrestabile ondata di marea, tanto che neanche gli addetti ai lavori più assidui riescono a stare dietro al grande numero delle produzioni discografiche annuali.

Ma, lo si sa, non è sempre stato così: all’esplosività degli inizi è seguito un periodo buio, nella sua storia, in cui sembrava d’essere giunti alla fine: i maledetti anni ’90, quando un gran numero di fan spostò la propria attenzione verso altri generi, quali il Grunge e l’Alternative.

Furono pochi i gruppi Thrash che andarono avanti a muso duro, senza scendere a compromessi. Molti si sciolsero oppure, per continuare a ‘portare il pane a casa’, si adattarono ai tempi.

Ma ci fu anche chi provò a far evolvere questo incredibile sound, introducendo nuove tecniche musicali, ancora più estreme e pesanti, quali i riff stoppati, i blast beat ed alcuni elementi propri del Death, evidenziando ulteriormente le sue caratteristiche principali quali la contestazione, la rabbia e l’incisività.

La storia ci dice che i capostipiti di questa evoluzione furono i Pantera, che, dal suonare un discreto ma anonimo e pressoché scontato Heavy Metal, del quale l’ultima testimonianza è l’album ‘Power Metal’ del 1988, passarono improvvisamente a straziare corpi, anima e cervelli con un sound grave, caustico e cattivissimo. Era il 1990 e nasceva il Post-Thrash, detto anche Groove Metal, tirato come una granata in mezzo alla folla tramite ‘Cowboys from Hell’, l’album che portò al successo i neri felini, confermato poi dal successivo ‘Vulgar Display of Power’ del 1992.

Esiste, però, anche un’altra versione della storia, che vede protagonista un’altra band: gli Exhorder. Si dice, infatti, che siano stati loro a sperimentare queste sonorità per primi, influenzando fortemente i Pantera. Fu una scarsa promozione a farli passare in secondo piano, uscendo il loro album di debutto, ‘Slaughter in the Vatican’, nello stesso anno del lanciatissimo ‘Cowboys from Hell’. Semplice sfortuna insomma.

Come è stato o come non è stato, di fatto la carriera degli Exhorder durò poco, concludendosi nel 1994, due anni dopo il secondo album ‘The Law’. Poi ci furono delle apparizioni momentanee nel corso degli anni ma, concretamente, il gruppo chiuse la sua storia quell’anno.

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Sono passati venticinque anni. Al giorno d’oggi importa poco se sono stati gli Exhorder od i Pantera a suonare per primi il Post-Thrash (a dir la verità almeno al sottoscritto, e non solo, interessava poco anche all’epoca. Contava trovare buona musica, più che ascoltare le diatribe od il gossip, e nel mondo c’era spazio per entrambi i gruppi).

Il Thrash Old School è tornato ai vecchi fasti e, di conseguenza, l’interesse per il Groove è un po’ calato, o meglio, c’è stata un po’ di compensazione. Però oggi, se si è capaci, si può proporre di tutto, senza troppi problemi, complice la tecnologia che consente di registrare anche con investimenti contenuti ma che, soprattutto, permette di ascoltare gratis e legalmente praticamente tutto, evitando quelle scelte che un tempo erano dettate essenzialmente dal proprio portafoglio. Era questo che faceva spostare i fan da un movimento musicale all’altro: ascoltare musica costava e bisognava farlo con saggezza (… altri tempi quando il negoziante ti concedeva al massimo qualche secondo di ascolto per capire se l’album che volevi acquistare rientrava nei tuoi gusti o lo ritenevi una ciofeca).

Per cui il nuovo album degli Exhorder, ‘Mourn the Southern Skies’, terzo della loro discografia, prodotto e distribuito da Nuclear Blast dal 20 settembre 2019, ci sta benissimo, anche dopo così tanto silenzio discografico, non solo per la sua qualità ma per l’arricchimento che porta alla storia del Thrash, Old, Post o Groove che sia.

Il nuovo progetto Exhorder ha ripreso vita grazie alla volontà dei due membri originali Vinnie LaBella (chitarra) e Kyle Thomas (voce), che hanno chiamato a raccolta Marzi Montazeri (chitarra), Jason Viebrooks (Basso) e Sasha Horn (Batteria), musicisti esperti del settore, avendo suonato chi con gli Heathen, chi con i Forbidden e chi con Philip H. Anselmo & The Illegals fra gli altri.           

Una formula vincente con la quale è stato sfornato un buon album, che non si discosta dagli intenti di venticinque anni fa, ma li migliora introducendo anche elementi nuovi e progressivi.

Rabbia, cattiveria, pesantezza ed oscurità stanno alla base di un lavoro ben prodotto e curato, con pezzi veloci che si contrappongono ad altri cadenzati e pestati: Groove metal deciso, incisivo, genuino senza troppi fronzoli. Dieci canzoni dalle trame non troppo complicate, essenzialmente efficaci: se un pezzo è veloce è veloce, se è cadenzato è cadenzato, senza troppi e continui cambi di tempo che lo stravolgono. Ogni brano punta ad infondere la sua propria emozione, senza ingarbugli o difficoltà d’ascolto.

La voce è l’elemento essenziale: forte, incisiva, interpretativa, unica e con buoni registri; Kyle Thomas è un talento naturale, migliorato con l’età, che, senza ricorrere a forzature, fa corpo unico con l’essenza del Groove Metal. Basso e batteria lavorano egregiamente ed instancabilmente penetrando nelle ossa. Le chitarre danno alla ritmica la giusta pesantezza di fondo, creando un muro sonoro di forte impatto. Un po’ meno pregevole è il lavoro solista: è interessante il continuo gioco di scambi tra le asce, sempre ben inserito nel contesto del brano, ma è un po’ troppo semplicistico e poco diversificato, puntando più sulla forza che non sulla melodia.    

L’album alterna tracce veloci, ossia l’iniziale ‘My Time’, esplosiva e rabbiosa, ‘Beware the Wolf’, massiccia ed incisiva, ‘Rumination’, dalla chitarra straziante e la batteria marziale e ‘Ripping Flesh’, suonata a velocità ipersonica, ad altre più cadenzate, come la disperata ‘Asunder’, a parere dello scrivente troppo lunga e ridondante, la cangiante ‘Yesterday’s Bones’, un tempo medio che si trasforma in una lunga sezione strumentale suggestiva e progressiva e la pesantissima e malvagia ‘The Arms of Man’.

Tra queste sono incastonate ‘Hallowed Sound’, dal ritmo stoppato e ‘All She Wrote’ dall’incedere energico ma controllato.

Chiude la Title-track, ‘Mourn the Southern Skies’, carica di un’enfatica atmosfera blues che la rende triste. E’ un pezzo che si discosta un po’ da tutti gli altri, integrandosi al contempo con loro. E’ quello che più di tutti conferma il ritorno degli Exhorder, la loro rinascita e la voglia di rimettersi in gioco. Questo è anche quello che speriamo: che la band si consolidi del tutto e che riprenda il suo percorso artistico, entrando concretamente nel panorama attuale, essendosi guadagnato un posto al suo interno.          

 
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