Recensione: Àmr

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Torna a tuonare tra i fiordi Norvegesi l’epico e personale intercedere di Ihsahn, punto di riferimento degli storici Emperor. L’omonimo e personalissimo progetto dell’artista qui vede un mescolarsi di progressive metal e black dagli  epici fraseggi. Sound attuale ed allo stesso tempo debitore del passato di Ihsahn, un ideale cammino che ha reso più patinati e luccicanti i suoni e l’interpretazione dell’omonimo progetto.

Intensità, teatralità per certi aspetti, che trova un approdo sicuro in una produzione eccelsa che non lascia dubbio sulla tecnica e sull’accuratezza del full-length. La voce, talvolta più graffiante e ruvida, scivola via su questa superficie d’acqua liscia in cui le note vengono valorizzate, in qualche modo esaltate dal contrasto tra l’abisso e il bagliore del progressive. Abbiamo la fortuna di poter assaporare la bonus track ‘Alone’, tutt’altro che elemento di riempimento, bensì episodio di più di undici minuti tra intro di pianoforte e sincopate divagazioni di qualità sopraffina.

L’album lascia intravedere impulsi electro che alimentano dei crescendo di grande impatto, epiche risalite verso un cielo percorso da tecnologici filamenti. Idealmente si intreccia tradizione a modernità, quasi vi fosse una vera e propria battaglia tra cavalieri ricoperti di fibra ottica. Questa icona può certamente lasciar perplessi i più tradizionalisti, facendo pensare ad una genuinità a metà degli intenti. Certo è che questo approccio “modernamente orchestrale”, risulterà indigesto a chi guarda con nostalgia al passato di Ihsahn. Altrettanto assodata però è la personalità di un artista che, indubbiamente, è stato in grado di mutare la forma ma non l’attitudine che gli è sempre stata propria.

L’alternanza fra ritmiche sincopate, progressivi fraseggi di tastiere, orchestrazioni e poi suite estreme, potrebbero, a lungo andare, far intendere ad una sorta di manierismo dell’autore. Non ci sentiamo di puntare il dito ad una tale e tanta quantità di cose, perché l’onda d’urto e le idee non mancano. Ci resta un vago sentore di “artificiale” del disco, una sensazione emotiva che non si toglie mai completamente davanti a nostri occhi e che non ci permette di emozionarci come vorremmo.

 

Stefano “Thiess” Santamaria

 
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