Recensione: Muerte Negra

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Che furia! Che discone!

Quante volte avrò usato il ‘paragone degli AC/DC’ tra una recensione e l’altra? Tante volte, tantissime, nonostante scriva da poco su queste pagine. Eppure, nonostante tutto, il paragone starebbe bene anche in questo caso, perché la bestia peruviana che risponde al nome di Anal Vomit è tornata.

È tornata mantenendo alta la bandiera dell’ignoranza musicale che da sempre la contraddistingue, e tra vocalizzi di raro rozzume (tra cui anche sputi e rutti... qual classe...) e momenti strumentali altamente old school, la belva Anal Cunt continua a sognare visioni infernali propagando nell’etere un suono a metà tra i primi Slayer e la scuola sudamericana dei Sarcofago (ispirazione piuttosto comune dalle loro parti), ma lasciandosi spesso andare in momenti la cui atmosfera spigionata dall’accomunarsi dei propri adepti appare impregnata di zolfo, caratteristica tipica di un certo black metal.

Una release ispirata, “Muerte Negra”, che non cambia di una virgola una ricetta collaudata: thrash/death tinto di attitudine black furioso come da copione, sguaiati testi in lingua madre dedicati a quanto di più odioso per loro ci sia nel Mondo (vale a dire “Gesù & friends”), narrati dalla consueta voce catarrosa in primo piano, cambi di tempo ora assassini, ora spazza tutto.

Quindi, parliamoci chiaro, rispetto a un “Demoniac Flagellations”, loro episodio più famoso, qui cambia veramente poco se non una produzione più definita che mette veramente a fuoco ogni elemento: ottimo il ruolo del basso in questo caso, sempre percepibile con il suo suono ‘ferroso’ e plettrato secondo il timbro tipico della scuola thrash degli andini. Splendide le chitarre che in quest’ultima produzione acquisiscono un ruolo maggiormente assassino grazie a un sapiente uso della ripresa microfonica (rozze ma definite, complimenti al fonico). Anche le parti di batteria ne hanno giovato, enfatizzando la performance di un drummer con il giusto tiro, vale a dire quello del maniaco omicida che siede tra le pelli!

I Nostri (anzi, ‘i Mostri’) in tutto questo bel sentire approfittano di tutto ciò e forgiano delle tracce sempre varie e ricche di particolari, sebbene accomunate dal loro malsano incedere di furia satanica.

Prendete una “Dios Muerto” (sarà un vero inno per i Nostri Eroi, poco da eccepire), per esempio, con i sei minuti e quarantacinque secondi di durata: durante questo piccolo viaggio negli inferi troveremo di tutto e tra soli di chitarra ululanti, cambi di tempo spaccaossa, stop’n’go atmosferici, campionamenti di campane (si insomma, proprio tanta roba). Il girone si chiude in un finale stupendo, con volume discendente, che è maestosa conclusione di questo Inno alla Blasfemia da parte di un ensemble che anche in quest’ultima testimonianza discografica sembra non aver perso un singolo grammo della propria efficacia.

Miscelando il tutto alla grande in quasi quaranta minuti di morbose nenie anticristiane, costoro consegnano nelle nostre mani, devoti della malsana fiamma, uno degli album dell’anno. Esattamente come lo erano le loro precedenti release nei loro rispettivi anni di uscita.

Che l’inferno e il cattivo gusto siano con voi.

Giuseppe “Maelstrom” Casafina

 
80