Recensione: Murmur

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Quanta strada hanno percorso i Murmur dal loro primo disco “Mainlining The Lugubrios” del 2010? Temporalmente poca, qualitativamente molta. Perché in soli tre anni la band guidata dal leader Matthias Vogels è riuscita a bruciare le tappe, raggiungendo un livello di maturazione e personalità che mette in campo l’altissimo potenziale (soprattutto) creativo di cui è capace. Il quartetto di Chicago riesce a far emergere queste qualità proponendo un disco che prosegue, amplia, e migliora il discorso iniziato in precedenza.

La ricetta di questo interessante blend? Senz’altro un’apertura mentale che va ben oltre il classico songwriting, e una ricerca sperimentale di timbri e situazioni che per circa un’ora porteranno la vostra fantasia oltre la barriera dell’ignoto. L’omonimo disco è impregnato di una greve oscurità che lo circonda sin dalle prime battute di “Water From Water”, scandite da un timpano sottomesso che lascia libertà al charleston, che chiarisce presto la libertà espressiva di cui la band si avvarrà nel corso dell’intero – omonimo – disco. Non appena l’intro chiude il suo ciclo l’oppressione permea l’area, le chitarre dissonanti si scontrano col caos che ne fuoriesce, nel quale emerge Vogels con il suo screamin' incontrollato.

Gli episodi si susseguono con improvvise mutazioni, che portano il tempo a sgretolarsi per iniziare il capitolo seguente “Bull Of Crete”, una sorta di andamento psichedelico in cui gli effetti creano un vortice psicotico, alimentato e sostenuto dal drumming imprevedibile di Werber che detta la direzione da intraprendere, raggiungendo ambiti free jazz, per poi subito innescare di nuovo Vogels che si prodiga in maniera forsennata in:

«Fear Builds On Shame Thus Brings On Hate Bring It Down The Gate Bring It Down Build The Maze Labyrinth Hide The Freak. Seven Maidens Seven Young Sons Laid To Rest Unsung Year By Year Brought To Feed Seven Maidens Seven Young Sons Laid To Rest».

La seguente “Al-Malik” è introdotta da una chitarra in stile mediorientale e nella parte centrale, psichedelica, la follia divaga a grandi dosi, con le chitarre che si lanciano in un’improvvisazione cacofonica. “Recuerdos” cambia completamente prospettiva portandoci in ambiti messicani, con una sola chitarra classica a scandire gli accordi per alcune passionali note della chitarra solista.

La melodia e l’armonia sono il succo del brano, che depista per qualche attimo l’andamento scoppiato del discorso, che subito riprende vita e forma con “Zeta II Reticuli” e “Zeta II Reticuli, pt 2”, una sorta di mini-suite che vede i due brani spingersi oltre i confini dell’immaginazione sonora, a colpi di effetti e timbri mai banali; il suo crescendo va ad incastonarsi con “King In Yellow” in cui un (quasi) ostinato tempo di marcia della batteria mette in moto i synth che propagano vibrazioni al limite della razionalità.

Nuovo cambio netto, con la ballad “When Blood Leaves”, che vede la linea vocale armonizzata dal duo Vogels/Prendiville, che presto fa perdere le sue tracce trasformandosi in un duo chitarristico che lascia spazio alla loro migliore qualità, quella della creazione istantanea.

Non casuale è l’inserimento del brano conclusivo “Larks' Tongues In Aspic, pt 2.” dei King Crimson che mette in mostra l’interpretazione interessante di materiale pre-esistente, con un martellamento non incentrato sulla potenza sonora, quanto sulla scelta degli strumenti coinvolti nell’azione.

Gran bel viaggio quello proposto dalla band proveniente dall’Illinois, che riesce a mescolare elementi jazz, prog e post-rock in un oppressivo e massacrante black metal, che non prende spunto dai padri del genere in fatto di violenza, quanto nel coinvolgimento della psiche in quanto a incertezza e curiosità.

Vittorio “versus” Sabelli

 

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