Recensione: Name Means Nothing

Di Andrea Bacigalupo - 14 Ottobre 2016 - 12:00
Name Means Nothing
Etichetta:
Genere: Death 
Anno: 2015
Nazione:
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65

Se ritraessimo quella che è stata l’evoluzione dell’Heavy Metal dai suoi albori fino ad oggi otterremo un albero dai rami intricatissimi che, nel corso del tempo, si sono distaccati dal tronco per infoltirne la chioma.

I rami rappresentano i vari generi musicali che hanno preso vita grazie alla creatività ed alla volontà di progredire dei molti artisti metal che si sono succeduti nel tempo.

Dove la chioma è più folta e dove i rami s’intersecano e si toccano maggiormente, creando giochi di luce e d’ombre, si trova il Deathcore, genere tra i più estremi per potenza e velocità d’esecuzione le cui origini risalgono alla seconda metà degli anni ’80, quando gruppi Death Metal come gli Autopsy di Chris Refeirt (batterista dei Death in “Scream Bloody Gore”) od i Repulsion cominciarono ad introdurre nelle loro composizioni elementi tipici dell’Hardcore Punk e del Grind utilizzando, per il cantato, voci growl e scream all’epoca ancora piuttosto grossolane.

Il genere, considerato un ibrido proprio per la fusione degli stili sopra citati, prese forma più concreta a metà degli anni ’90 (artefice principale sempre Chris Refeirt, questa volta con gli Abscess). Anche se in passato il Deathcore non ebbe sempre riscontri positivi, oggi è ben radicato tra i fans ed attinge la propria linfa vitale principalmente dalla combinazione tra il Death Metal ed il Metalcore della seconda metà degli anni ‘90.

Un buon esempio di Deathcore senza mezzi termini è proposto dai goriziani Name Means Nothing con il loro omonimo primo EP targato 2015, con il quale esprimono, in tre tracce più un’intro (“In True”) per una durata totale di circa nove minuti, potenza, rabbia, aggressività e violenza allo stato puro attraverso un tagliente assalto ritmico.

L’uso di un cantato growl molto profondo e con due voci, i riff di chitarra molto incisivi, i cambi di tempo variegati e dirompenti e la concretezza del sound rendono genuino lo stile del combo. “Disease of Men” è un brano dove dinamismo e tempo medio sono ben alternati ed amalgamati da una potenza devastante, espressa dal lavoro energico della sezione ritmica e dal growl portato all’eccesso. La seguente “Unforgettable End” segue la stessa linea compositiva, sviluppando mid tempo molto potenti che, esplodendo in parti velocissime, atterrano l’ascoltatore come una raffica di mitragliatrice. La conclusiva “Pictures of Reality” dimostra appieno le capacità tecniche e compositive della band con i suoi cambi di tempo compatti e ben delineati.

Anche se personalmente non mi dispiacerebbe che in futuro i Name Means Nothing affrontassero parti musicali più lunghe, sprigionando anche qualche assolo, il giudizio è positivo. Un lavoro ben curato e senza compromessi, perché privo di quelle parti melodiche che alcune band del settore inseriscono, divergendo però dall’essenza del genere musicale.

Per il carattere professionale un elogio alla produzione, che ha portato ad un sound chiaro e pulito con strumenti e voci messi ciascuno nella giusta evidenza.

Incisiva la cover, che ritrae le fauci spalancate di un ippopotamo, animale che sia per una nota pubblicità che per un cartone animato tendiamo a considerare mansueto ed amico di tutti i bambini, ma che nella realtà è uno dei più feroci ed aggressivi della terra.         

  

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