Recensione: Nanking Massacre

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In Cina le ventate estreme nord-europee ed americane si combinano, a volte, con elementi e suggestioni folk. Abbiamo così band come Zuriaake, Ritual Day, Evocation (Hong Kong) ed i presenti Black Kirin. La band capitanata da Fang Sen rilasciò nel 2015 un sorprendente “National Trauma”, disco che ad una base death/black metal (alla Dissection) coniugava melodie create da un tripudio di strumenti folk ed elementi operistici cinesi. Dopo una riuscita rivisitazione di quasi la totalità di “National Trauma” in chiave acustica e strumentale (“Xiao Shao”) i Black Kirin nel 2017 tornano nuovamente al metal con “Nanking Massacre”.

Per il disco in questione i cinesi hanno cambiato un po’ le carte in tavola sia nella lineup che nel sound, collegandosi al tema principale dell’album, ovvero al devastante Massacro di Nanchino. Rispetto al precedente “National Trauma” le atmosfere sono molto più tetre e malsane ed il senso di dramma e follia sono enfatizzate dalla grandissima riduzione della componente fiabesca e del cantato femminile operistico.

Protagonista assoluto è la new entry Code (ex cantante dei taiwanesi Anthelion) che con il suo agilissimo cantato (affine al migliore Dani Filth) carica le tracce di ulteriore espressività, istintività e potenza. Purtroppo, i brani in cui canta di fatto sono solo tre ma la qualità è davvero molto alta e paiono denunciare il lato prettamente distruttore dell’uomo, il lato più aggressivo e brutale dello Yang. “The Song” è il pezzo che più di tutti travolge con la sua sezione ritmica devastante, intrecci chitarristici mefistofelici e cantato a dir poco incendiario.

Brani come “I. Da Qu” ed il singolo “Wangchuan River” sono invece dominati da una buona dose di epicità, ciascuna dotata di un approccio particolare. “I Da Qu”, sorta di rielaborazione di un’opera del compositore folk cinese Jiang Ying è un pezzo estremamente convincente grazie alla sua drammatica eleganza. “Wangchuan River” è la canzone che più ricorda “National Trauma” per via della sua spiccata epicità fiabesca e per la (relativa) maggiore presenza della voce femminile.

Le restanti tracce si avventurano in un sulfureo e vaporoso dark-ambient (a tratti affini a Burzum) e nel neofolk (concettualmente vicini a “Kveldssanger” degli Ulver). Questi brani paiono volti a descrivere il lato intimamente e fisicamente più vulnerabile dell’uomo, il suo lato Yin che denuncia le brutalità perpetrate. Da sottolineare la bellezza della suggestiva “Thousand Years”, outro etereo dall’aria liberatoria dominato dalla soave voce femminile.

L’esplorare territori sonori più cupi ha portato certamente una ventata nuova ai Black Kirin. Potrebbe spiazzare la forte riduzione della voce femminile ma ciò potrebbe pure essere, al contrario, fonte di gradimento maggiore del disco. Code si è rivelato un ottimo acquisto per la band, tuttavia si sente un po’ la mancanza di circa un paio di brani elettrici cantati (originali) in più. Guarda caso nella versione digipack del CD vi è una bonus-track, una sorta di ri-registrazione di “Death Contract” che funge da (graditissimo) contentino. Nonostante tutto la personalità spiccata dei cinesi è ben presente ed è incorniciata da una produzione che esalta in modo ottimale voci e strumenti sia elettrici che tradizionali. Gran bell’album.

Elisa “SoulMysteries”Tonini

 
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