Recensione: Natural Selection

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Attivi dalla seconda metà degli anni novanta, i bergamaschi Nemesis Inferi arrivano con Natural Selection - disco che ci troviamo a curare in queste righe - al terzo full length. Stando alle dichiarazioni del quartetto di Bergamo, la nuova fatica risulta un disco estremamente ambizioso. I Nemesis Inferi decidono infatti di metter in atto una vera e propria svolta nella loro proposta musicale. Partendo dalle influenze symphonic black degli esordi, la band punta a spaziare dal rock al groove metal, passando per le inevitabili influenze di matrice classica, cercando allo stesso tempo di dare libero sfogo al proprio lato più introspettivo, nell'ambizioso tentativo di superare i limiti che da sempre hanno imposto barriere di genere.

 

I Nemesis Inferi non sono sicuramente i primi a battere questo sentiero o a rilasciare tali ambiziose dichiarazioni, resta il fatto che ogni qualvolta ci si trovi al cospetto di una band con intenti innovativi, un pizzico di curiosità ci sia. Curiosità che può esser soddisfatta solo con l'ascolto del disco. Otto sono le che tracce che compongono Natural Selection, otto tracce per un disco che presenta luci e ombre. I Nemesis Inferi, infatti, in questa nuova dimensione artistica non riescono a dare continuità alla propria proposta. Ottimi spunti vengono seguiti da parti che risultano spesso scontate, sinonimo di un songwriting da perfezionare. Un songwriting che tende a metter troppa carne sul fuoco, perdendo, in qualche occasione, la retta via. Le composizioni sono caratterizzate da una struttura semplice in cui fanno capolino influenze thrashy ed influenze più goticheggianti. La band di Bergamo riesce a dare il meglio di sé sui tempi più lenti, mettendo in risalto l'animo introspettivo insito nel quartetto capitanato dal cantante/chitarrista G.M. Gain. Spiccano così Be Like God - la track migliore del disco - e la strumentale 40 Fingers, canzoni in cui l'ombra dei Paradise Lost, periodo Draconian Times, è ben evidente. In queste tracce i Nemesis Inferi si dimostrano capaci di un songwriting semplice ma curato, in grado di tenere viva l'attenzione dell'ascoltatore. Molto convincente la prestazione alla voce del già citato G.M. Gain che, come avremo modo di vedere (o forse è meglio dire, ascoltare), risulterà il vero collante e marchio di fabbrica del quartetto bergamasco. Ma, come dicevamo, non tutto gira alla perfezione. Monolith, ad esempio, è uno dei capitoli che rientra proprio nella definizione di luci e ombre usata in precedenza. La canzone presenta una prima parte convincete, dove spicca l'ottima scelta delle melodie di chitarra e (nuovamente) la bella prestazione vocale di G.M. Gain, in particolare all'inizio della traccia quando, in pulito, punta sull'evocatività. Purtroppo la track perde attrattiva nel finale a causa di una parte strumentale piatta, risultando, di conseguenza, un po' discontinua nella struttura. Discorso simile può esser fatto per l'articolata Father Is Your Name. La canzone inizia come una convincente e struggente ballad, per arrivare, in un continuo crescendo, ad un finale in your face altrettanto convincente. Ciò che non c'entra il bersaglio è il collegamento tra le due parti, in particolare perché porta G.M. Gain a cantare in un territorio non suo, perdendo quindi in sicurezza, non riuscendo a trasmettere emozioni come invece riesce a fare nelle altre tracce. Tracce in cui può utilizzare il proprio spettro vocale in un territorio a lui più congeniale. Non convincono invece Habemus Liar e Sneak Eye. La prima, pur risultando la canzone più violenta del disco in cui elementi moderni convivono ad altri di matrice più classica, scorre senza colpo ferire. La seconda - canzone che in alcuni frangenti riporta alla mente il Rob Zombie più diretto e metallico - lascia poco di sé a causa di una parte finale ripetitiva e scontata, che smorza non poco la carica iniziale. Risollevano un po' le sorti del disco l'opener Back To Inferi - in cui le influenze Anthrax periodo Stomp 442 si lasciano piacevolmente cogliere durante l'ascolto – e la conclusiva e diretta I.f.f..

 

Che giudizio dare quindi a questa nuova fatica griffata Nemesis Inferi? Come si può facilmente evincere dall'analasi fatta, il disco non risulta particolarmente convincente. La band, nel tentativo di inglobare più influenze possibili nel proprio sound, tende a perdere la bussola. Per riuscire a lasciare il segno, basterebbe semplificare le idee e cercare di puntare maggiormente sugli aspetti positivi messi in luce durante queste otto tracce. Puntare maggiormente su quell'aspetto introspettivo che la band riesce a trasporre in musica con ottimi risultati, coinvolgendo l'ascoltatore, cosa che invece viene meno quando i Nemesis Inferi provano a spingere sull'acelleratore o a puntare sui modernismi. Anche missaggio e produzione sembrano avvalorare questa tesi, calzando a pennello per le composizioni in cui l'animo Paradise Lost è più marcato. Se i nostri sapranno fare questo, sapranno semplificare le idee, qualche soddisfazione in più potrebbe arrivare. Al momento, purtroppo, i Nemesis Inferi non convincono.

 

Marco Donè

 

 
50