Recensione: Naturalis

Di Roberto Gelmi - 25 Novembre 2016 - 10:00
Naturalis
Band: Maschine
Etichetta:
Genere: Progressive 
Anno: 2016
Nazione:
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80

Tra le nuove leve del prog. gl’intenditori ricorderanno, assieme ai canadesi Incura, gl’inglesi Maschine, artefici di un ottimo debut album nel 2013. Dopo i fuochi d’artificio di Rubidium è la volta di Naturalis, disco che si presenta meno ardito anche nell’artwork, più concettuale e “pulito”. Di certo il combo anglosassone non ha perso, però, il landmark che lo contraddistingue, ossia una facilità tecnico-compositiva che li rende una band eclettica e già matura per certi versi (pur con alcune evidenti ingenuità) nella loro ricerca di atmosfere cool. La line-up è cambiata rispetto a tre anni fa e ha avuto 24 mesi per affiatarsi in tour. Il batterista James Stewart ha sostituito Doug Hamer (che ha lasciato per impegni di studio) e la tastierista-cantante Marie-Evede Gaultier prende il posto di Georgia Lewis, a corto di tempo per i Maschine (a quanto pare ha una sua band folk). Il doppio passaggio di testimone è stato valutato con attenzione dal mastemind Luke Machin, che ritiene la compresenza di voci maschili e femminili un tratto immancabile della propria creature prog. Luke resta saldamente al timone, confermandosi produttore e autore dei testi. Naturalis, inoltre, è stato mixato nel suo studio privato. Tanto di cappello a Machin, dunque, che ha fatto fronte anche a qualche problema alle corde vocali, risolti, a suo dire, con un po’ di stop forzato e qualche corsa sulle spiagge di Brighton, sua città natale.

Gli eventi naturali sono alla base del concept dell’album: Machin è rimasto impressionato dallo tsunami giapponese del 2011, il più potente mai verificatosi in Giappone, che causò uno spostamento dell’asse terrestre e il disastro di Fukushima. I Maschine non hanno voluto, tuttavia, dare un taglio “catastrofista” al platter (troppo facile, troppo di moda) ma hanno puntato su un messaggio di speranza: “natura”, in effetti, vale etimologicamente “la (forza) intenta a generare”.

 “The album reflects much more of what we are about. As a progressive band in the true sense of the term, we will never repeat ourselves and will always look to move on. But you can hear a cohesion in our style and sound. We have taken inspirations from so many different areas of music. […] “We do come across as more of a band here, with injections of technical ability.”

L’album riflette molto più quello che siamo adesso. Come band progressive, nel vero senso del termine, non ci ripeteremo mai e il nostro obiettivo sarà sempre quello di guardare avanti. Ma si può sentire una coesione nel nostro stile e sound. Abbiamo preso ispirazione da tanti e diversi ambiti musicali. Qui (in Naturalis, n.d.r.) ci presentiamo maggiormente come una vera band, con iniezioni di pura tecnica.

Sarà condivisibile l’entusiasmo di Machin? Vediamo di proporre un bilancio dopo un veloce track-by-track, le song in scaletta sono appena sei.
Si parte alla grande con un opener, “Resistence” (brano più lungo in tracklist), che è il condensato dello stile Maschine. Inizio onirico, poi tremolo picking, momenti tirati, atri quasi fusion. Nella seconda parte del minutaggio la composizione cambia pelle per poi concludersi circolarmente. I rimandi a mostri sacri come Dream Theater, Opeth, Porcupine Tree, Cynic e Riverside si sprecano, ma il combo inglese riesce a miscelarli sapientemente. Nei secondi finali c’è spazio anche per un momento djent. In “Night and Day” convincono poco, invece, alcune linee vocali troppo anodine, bene la presenza di dissonanze calcolate, così gli stacchi eterei con tastiere retrò (chi ha detto Haken?). La melodia portante di “Make believe” è un balsamo per l’anima, il brano si rivela una sorta di ballad con incluso lungo assolo di chitarra elettrica. Pezzo sbarazzino “Hidden In Plain Sight”, tutto giocato su toni semiacustici e buone linee di basso, oltre al sempre puntuale drumwork di James Stewart. Proseguendo, in “A new Reality” ritroviamo parte dell’eclettismo di “Cubixtro”; gli ultimi minuti scorrono via con una piacevolezza d’ascolto totale, un vero sollazzo per i timpani.
Sembra impensabile, ma siamo già alla fine del platter con la seconda mini-suite “Megacyma”, che già dal titolo (che significa “tsunami”) richiama il concept dell’album. Il buon prog. ha la capacità di accelerare il tempo, non farcelo sentire nella sua noiosa pesantezza (forse il power, invece, ha il merito opposto). Sta di fatto che vorremmo l’album dei Maschine durasse molto più a lungo. La traccia conclusiva è un altro buon pezzo, con alcuni momenti più duri, sapientemente accostati alle linee vocali femminili (meno convincenti ancora una volta quelle maschili). Sul finire del nono minuto è presente un tributo a “Finally Free” dei Dream Theater. Tutto termina con cambi repentini d’atmosfera e maestria tecnica che non ha nulla da invidiare alle armi sfoggiate dai cugini Haken. Le due bonus track presenti sono tratte dal festival di Veruno, chi non conoscesse ancora questo evento cult si perde qualcosa di unico.

In definitiva Naturalis è un buon album, il bis dei Maschine non delude. Anche se il livello qualitativo non è quello del debutto di tre anni fa (l’effetto sorpresa non c’è più e il trattamento delle voci maschili resta il tallone d’Achille della band), tuttavia il combo albionico riesce a mantenere la propria identità, giocando sull’equilibrio attento tra sonorità prog. rock e prog. metal. Gl’intenditori potranno dormire sonni tranquilli.

 

Roberto Gelmi (sc. Rhadamanthys)

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