Recensione: Nei Giardini di Babilonia

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Per il loro terzo studio album i toscani Quintessenza avevano deciso fin dal 2000 che avrebbero fatto le cose in grande. A ben dieci anni fa, infatti, risale l'ideazione del concept che sta alla base del platter, e che via via si è vestito di ambizioni, al punto da divenire una vera e propria opera rock in sette capitoli, in cui la numerologia gioca a nascondino con tutta una serie di concetti lirico-letterari di cui è piena la storia del progressive rock/metal non solo italiano.

Dietro all'abstract del dantesco

"racconto della caduta e dell'ascesa di un uomo qualunque che viene trasportato dalla propria anima in un mondo immaginario (Babilonia), dove un guardiano lo attende per iniziarlo al viaggio che deve intraprendere. Il protagonista farà così un percorso all’interno dei Giardini di Babilonia che lo condurrà a scavare nel fondo del suo Io più intimo, che lo aiuterà a liberarsi definitivamente delle proprie paure e che gli permetterà di ascendere ad una vita nuova",

si celano non solo i riferimenti alla Divina Commedia, peraltro già musicata dai Metamorfosi, per restare in un ambito rock-prog italiano, ma anche le molteplici letture simbolico-esoteriche che associano mitologia ed elementi, anch'esse già soggetto di innumerevoli concept album.

Riferimenti mistico-religiosi a parte, il messaggio è tutt'altro che evidente, e a dirla tutta a volte addirittura approssimativo, nonostante gli sforzi dei nostri di rendere le liriche - in italiano - fruibili e immediate, e alternando i brani veri e propri con brevi intro narrative.

Ad un primo ascolto sembra quasi che ci si trovi davanti ad una trama forzatamente a disposizione della musica, e anche il carattere di opera rock, che tradizionalmente si risolve in un cast di interpreti, qui viene ridotto ai minimi, perché se escludiamo gli interventi puramente narrativi, i personaggi "cantanti" sono quelli interpretati dal singer della band, Diego Ribechini (l'Uomo) e da una guest d'eccezione, Elena Alice Fossi, vocalist dei Kirlian Camera, nel ruolo dell'Anima.

E' proprio da questa performance che l'album trae maggior beneficio; personalmente non conoscevo Elena, che si è rivelata una piacevolissima sorpresa: la sua interpretazione è a dir poco esaltante, di gran lunga il fiore all'occhiello - dal punto di vista meramente esecutivo - di questa release.
Non si può dire altrettanto di Ribechini, che al solito alterna parti in voce piena a falsetti iperacuti, entrambe piuttosto monotone nelle loro linee, risultando alla lunga in debito di freschezza rispetto al dinamismo ritmico che da sempre caratterizza il genere, e che anche per i Quintessenza è perfettamente in linea con le aspettative.
Non a caso il pezzo migliore del lotto è la travolgente strumentale "La Fine del Viaggio", posta in chiusura di tracklist a suggello di un album decisamente introspettivo, in cui metafore e riflessioni trofano finalmente sfogo in una sopraffina cavalcata hard/prog.

Le premesse affinché i Quintessenza possano ergersi a colonne portanti dell'hard progressive nostrano, al fianco di DGM, Empty Tremor e Moongarden, ci sono tutte.

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