Recensione: New Organon

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New Organon”, decimo album per i californiani The Weird Lord Slough Feg (conosciuti dai più solo come Slough Feg), arriva a cinque anni dal precedente “Digital Resistance” e segna il ritorno dei nostri sotto l’ala protettiva della nostrana Cruz Del Sur dopo la parentesi Metal Blade. I nostri, per chi non li conoscesse, suonano un heavy metal sfaccettato che si dimostra abilissimo nel prendere spunti da generi diversi e sfumare il tutto nel proprio calderone sonoro. Il risultato è evidente nei trentasette minuti che costituiscono “New Organon” (ispirato all’omonimo scritto di Francis Bacon del 1620), in cui si passa senza apparente soluzione di continuità da ritmi e melodie pseudo hippie alla ruvidità dell’heavy metal più arcigno e rombante, dal rock psichedelico dai toni acidi degli anni settanta fino all’epicità testosteronica della NWOBHM, guarnendo tutto con derive più fangose, dal velato retrogusto stoner e soprattutto un certo amore per l’hard rock blueseggiante dei Thin Lizzy. Un apparente guazzabuglio di idee e suggestioni che sulla carta sembrerebbero inconciliabili e che potrebbe lasciare spiazzati parecchi ascoltatori ma che, alla prova dei fatti, si rivela solidamente bilanciato e respinge con forza ogni rimostranza. Inutile girarci intorno: il mix di “New Organon” funziona. E anche piuttosto bene, direi: una sezione ritmica in grande spolvero (seppur senza particolari esibizionismi) detta i tempi in modo preciso e puntuale, con la batteria e il basso che si fondono in un unicum pulsante creando l’atmosfera ideale su cui le chitarre iniziano a tessere il loro arazzo, armonizzandosi e intrecciandosi fino a dar vita a melodie al tempo stesso raglianti, agguerrite, propositive e maestose. Il mood primitivo dell’album si sposa alla perfezione con la scrittura diretta ma tutt’altro che banale del gruppo e crea un muro di suono ruvido e arcigno che sorregge le disquisizioni sulla filosofia di Scalzi, che spaziano dall’antichità all’Illuminismo.

Partenza rombante con la minacciosa “Headhunter”, le cui velocità quadrate e insistenti si trovano inframmezzate a improvvise quanto sporadiche fughe e a rallentamenti sulfurei dal profumo tipicamente heavy-doom. Anche con “Discourse on Equality” i nostri giocano con ritmi scanditi e guardinghi in cui riecheggia, per certi versi, il blues malato dei primi Sabbath piegato ai desideri dei quattro californiani. “The Apology” prende i toni cupi e circospetti della traccia precedente e li screzia di solennità, donando al pezzo – soprattutto nella parte centrale – un sapore eroico e maestoso, mentre “Being and Nothingness” parte più agguerrita, tra riff cafoni e intromissioni hard rock. La title track sembra rielaborare in chiave heavy una melodia da film western, cavalcando per i suoi quattro minuti e mezzo tra melodie simil country e rallentamenti più smaccatamente heavy. La chiusura, più scandita e imponente, ci traghetta a “Sword of Machiavelli”, breve traccia dalle velocità contenute che giocherella con ritmiche cadenzate e brevi svolazzi meno pressanti. “Uncanny”, in cui torna a farsi sentire tutta la tracotanza epicheggiante dell’heavy classico, vede l’avvicendamento al microfono del bassista Adrian Maestas al posto del solito Mike Scalzi. La scelta si dimostra poco felice perché, sebbene la traccia sia forse una delle mie preferite proprio per il suo amore per le atmosfere trionfali, il suo andamento frammentario e una resa vocale un po’ sottotono ne inficiano il valore complessivo. “Coming of Age in the Milky Way” è una traccia spiazzante, almeno al primo ascolto, con ritmi blandi e melodie rilassate che sembrano desiderose, di tanto in tanto, di spingere un po’ sull’acceleratore; questo indurimento del suono non si verifica, creando quindi un costante senso di anticipazione disattesa che però, stranamente, non mi ha dato per nulla fastidio, permettendomi invece, con gli ascolti successivi, di godermi la canzone per quella che è. La fanfara trionfale di “Exegesic / Tragic Hooligan” sembra voler tornare su lidi più stentorei ma senza farsi prendere dalla fretta. Dopo il primo terzo, infatti, la velocità rallenta sensibilmente, acuendo il senso di esaltazione delle melodie e trasformando di fatto la traccia in una marcia dai toni, a mio avviso, volutamente caricaturali. “New Organon” si chiude sulle note agrodolci di “The Cynic”, anch’esse pesantemente screziate da un rassegnato e mesto trionfalismo, che coronano degnamente un album solido, diretto, sfaccettato e passionale che, di certo, farà la felicità di tutti gli amanti di certe sonorità meno convenzionali.

 
76