Recensione: Nexus

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Nexus è uno di quegli album che, inevitabilmente, si porta dietro una parte fondamentale della storia dei suoi autori. Il disco è stato presentato come una collaborazione tra Steve Howe, storico chitarrista degli Yes, e il figlio Virgil. Tuttavia, a settembre del 2017, proprio quando si avvicinava la data di uscita dell’album, gli Yes hanno dato sui social la notizia dell’improvvisa scomparsa di Virgil Howe a soli quarantun anni, annunciando anche, comprensibilmente, di aver annullato il tour che la band stava iniziando. Virgil era un vero e proprio figlio d’arte: attivo nel mondo della musica come polistrumentista fin dagli anni Novanta, aveva suonato con diversi gruppi, partecipato ad alcuni lavori solisti del padre, e remixato diversi brani degli Yes. Oltre ad aver appena iniziato una nuova collaborazione con Steve, dal 2007 Virgil militava in qualità di batterista nei Little Barrie, band a cavallo tra alternative, funk e neo psichedelia, con la quale stava per iniziare un tour a supporto di un nuovo album. Tra l’altro è interessante ricordare che molti potrebbero aver sentito i Little Barrie senza rendersene conto, in quanto autori del tema musicale della nota serie TV Better Call Saul.

Date le circostanze, l'etichetta InsideOut ha lasciato a Steve Howe l’ultima parola sulla sorte del disco in uscita. Il chitarrista tuttavia ha scelto di pubblicare ugualmente l’album, in modo da rendere omaggio alla musica del figlio. In effetti Nexus sembra essere più la creatura di Virgil Howe, accreditato come il principale autore di tutti i brani presenti nel disco. Durante il processo di composizione Virgil ha spedito al padre tutto quello che di volta in volta scriveva, mentre Steve si è occupato di aggiungere le varie parti di chitarra. Pur essendo il lavoro di due soli musicisti, Nexus non è un album dall’arrangiamento minimale: anzi, mostra un panorama sonoro piuttosto ampio, anche se con le radici ben piantate nelle sonorità del progressive. Ciò si deve in gran parte a Virgil, il quale, da buon polistrumentista, ha registrato da solo le parti di pianoforte, tastiere, basso e batteria. Steve, d’altra parte, non si è risparmiato: la sua collezione di strumenti a corda è piuttosto nota e, passando da una traccia all’altra, lo si può sentire suonare chitarre elettriche, classiche, acustiche, steel guitar, banjo e sitar.

I brani partono, nella maggior parte dei casi, da un’idea al pianoforte, a cui si aggiunge la chitarra ad evidenziare il tema principale o ad arricchire l’arrangiamento insieme agli altri strumenti. Si tratta di una musica delicata, che procede senza grandi sobbalzi o improvvisi cambi di umore. Virgil e Steve Howe mettono da parte il lato sinfonico e spettacolare del progressive per concentrarsi su quello più intimo, prendendo in prestito qualcosa dalla psichedelia, dal jazz e dalla musica classica ma, per fortuna, senza mai cadere nei cliché di questi generi. Così come i titoli dei pezzi mostrano sempre qualche legame con l’immaginario legato allo spazio e al cosmo, anche la musica riprende la stessa idea: sintetizzatori e tappeti di tastiera sono quasi sempre presenti e, pur restando solitamente in secondo piano, contribuiscono a creare l’atmosfera di un viaggio sereno e pacifico attraverso le stelle. Tra tutte le tracce spicca “Leaving Aurora”, brano squisito dalla melodia malinconica, ma anche un pezzo come “Dawn Mission” mostra grande finezza e un tema ben riuscito. C’è spazio anche per qualche traccia un po’ più ritmata, come “Hidden Planet” o “Night Hawk”, che inseriscono fraseggi di piano vagamente blues in un contesto vicino alla fusion degli anni Settanta. In ogni caso anche pezzi del genere restano sempre in linea con il mood pacato dell’album. Il pregio di Nexus sta proprio qui, nella sua serenità, nel suo andamento lento ma mai stancante. La musica scorre piacevolmente: le dolci melodie, unite al tocco leggero dei musicisti e a un arrangiamento curato ma contenuto, ne fanno uno di quei dischi che si riascolta volentieri ogni tanto, anche diverso tempo dopo averlo scoperto. Potremmo definirlo come una versione soffusa del progressive tradizionale, con un tocco di leggerezza nelle melodie, inteso in senso positivo. Un album elegante come la copertina, quella semplice macchia di inchiostro colorato che ricorda molto da vicino il famoso test di Rorscharch. Ascoltato con il senno di poi potrebbe anche sembrare malinconico, ma in fin dei conti si tratta davvero di un buon disco in grado di omaggiare il lavoro di Virgil Howe.

 
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