Recensione: Nightscapes

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Immaginate di essere intrappolati dentro un’enorme ampolla di vetro, un vetro nero e freddo che trafigge ogni speranza di salvezza. Alzando lo sguardo scorgete l’uscita che la luna sembra voler sigillare, ma è soltanto un’illusione. Il panico stringe la gola, il respiro si fa assordante ed il gelo sgorga da ogni poro della pelle. Una trappola psichica che sembra condannare alla morte certa il vostro corpo smarrito, quando improvvisamente ecco precipitare all’interno ‘Obsecratio’: la prima delle undici corpose lacrime sgorgate dalla fonte oscura dei Black Faith.

Una lacrima plasmata dall’odio, fuoriuscita dal più remoto black metal norvegese che la band pescarese, giunta al secondo full-length in tredici anni di carriera, esegue alla perfezione. “Nightscapes” è il titolo di questo lungo pianto, ispirato ai maestri del genere quali Darkthrone e Burzum, reso interessante da una strabiliante capacità compositiva messa in atto dal quartetto nostrano.

L’ampolla si riempie di malvagità densa e vorticosa, agitata da riff affilati come rasoi, costringendovi a rimanere a galla in un inferno increspato. Dalle acque saline ribollono ritmi ossessivi ed indiavolati che alzano la temperatura abbassando la vostra soglia di resistenza. Gli scream violenti, che puzzano di zolfo, rimbombano sulle pareti del recipiente e, come l’acido, bruciano il viso ed i timpani.

‘Culmination of Injustice’ è una frenetica cascata di ferocia dissacrante all’interno della quale striscia una ritmica ossessiva che muta in entità deformi e raccapriccianti. Il tempo di una ‘Preghiera’ calma le acque ma i vortici alienanti di un sound irrefrenabile riprendono a roteare all’impazzata ingoiando ‘In total disgust' l’accumularsi di tutte le angosce.

In questo turbine di notevole disagio ed incolmabile paura, i Black Faith, tecnicamente esemplari, concedono intermezzi melodici come accade in ‘NeverEternal’ o nella trascinante ‘The Shadowline’ che si lascia contemplare per quasi dieci minuti.

Il livello delle rabbiose acque sale vertiginosamente e l’uscita da questa trappola ignota sembra avvicinarsi. In uno stato di sfinimento, la mente ritorna al passato (‘Throwback’) assaporando un intro hard rock sul quale esondano indomabili riff di chitarra, blast beats sfrenati ed un assolo a sei corde dissennato.

‘Nightscapes’ e ‘Consecrabor’ hanno il compito di condurre la vostra anima attraverso il collo stretto dell’ampolla. Il cuore, sfinito da cotanta violenza, è riscaldato per un solo minuto dal tepore di un poetico arpeggio acustico che svanisce velocemente. 

Un’effusione delirante trascina il vostro corpo fuori da questa sciagurata avventura tanto spaventosa quanto intrigante. Un’evasione capace di lasciare un senso di vuoto nella mente che reclama di essere colmato ad ogni costo.

E vi ritroverete ancora lì, a guardare in alto, invocando lo splendido pianto dei Black Faith.

 
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