Recensione: No Limits

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Il primo album dei Labyrinth arriva come un fulmine a ciel sereno nell'ambiente power metal europeo, con 11 pezzi di grande fascino.
Originariamente pubblicato dalla Underground Symphony, esce ora in edizione remastered per la Rising Works di Frank Andiver, ex membro della band che suonò proprio in questo primo esordio batteria e tastiere.
Ci furono ovviamente i denigratori del caso, che etichettarono subito il genere come "musica techno con chitarre distorte". In effetti dietro questa definizione si nasconde tutta una serie di innovazioni, peraltro abbandonate nel tempo, che fecero conoscere la band italica al grande pubblico.
Dimenticato da moltissimi, questo disco è ricco di elementi progressivi e scelte vincenti, su tutte la strabordante voce di Fabio Lione (all'epoca Joe Terry), cui va imputata buona parte delle fortune della band.
Si tratta comunque di un metal album, e infatti non mancano riferimenti a tutta quella serie di "cliche": l'uso di doppie chitarre, che si intrecciano in modo complesso e non banale, ritornelli strappaconsensi, e via dicendo.
Sono in maggior numero, tuttavia, i motivi che mi spingono ad allontanare questo album dagli standard, e, in virtù di ciò, a premiare "No Limits": quando si parlava di "techno", non si stava dicendo una corbelleria in tutto e per tutto. La produzione dà al disco un suono "plastico", a cominciare dalle percussioni. La batteria infatti non suona come la maggior parte dei dischi power/speed, inducendo l'ascoltatore in una sorta di headbanging forsennato: il suo sound è al contrario soft, orecchiabile, ad un livello perfetto di volume e di equalizzazione, atto a fornire quello sfondo illuminante per il resto degli strumenti, cui è affidato il ruolo di protagonisti.
Ma il motivo di cotanta detrazione è a mio avviso l'uso di synth: tastiere così piene e spesso techno oriented permettono di far emergere i Labyrinth dalla massa di cloni di Stratovarius e Dream Theater. Non c'è traccia, infatti, di clavicembali o organi che ancora oggi sono la norma per molte power/speed bands.

Il songwriting è assolutamente straordinario: il disco vanta infatti delle hit che soddisfano qualsiasi palato, dalle melodiche epic-ballad alle song tirate in pieno speed metal style, con, denominatore comune, quella personalità sonora di cui sopra a renderle speciali.
"Piece Of Time", a questo proposito, è semplicemente una delle cose più squisite ad essere pubblicate nell'intero ambiente metal: vocals accattivanti, uno stupendo scambio di assoli chitarristici, e una melodia stratosferica fanno di questa song una perla imprescindibile, tuttora richiestissima live-hit. La sua non eccessiva lunghezza, insieme al suo up tempo, sono le soluzioni vincenti per catturare subito l'ascoltatore.
La title track, "No Limits", è ancora una volta travolgente. In grado di rimestare emozioni in maniera davvero incredibile (provare per credere), riesce ad entrare nelle vene grazie al fantastico ritornello e allo struggente lavoro di chitarra, caratterizzato da una progressione cangiante e raffinatissima. Se proprio devo trovare una falla in questo pezzo, apostroferei le liriche un po' ripetitive, ma si tratta davvero di una pignoleria.
"Dreamland" è la prima canzone che presenta esplicitamente la freschezza sonora della band, incantevole fin dal primo ascolto, essendo una di quelle gemme che di tanto in tanto tornano alla mente e si canticchiano senza motivo. Le vocals sono talmente sentite che richiamano l'attenzione anche verso il loro significato, cosa più unica che rara, checché se ne dica. Un'altro assolo di qualità superiore, forse il migliore del disco, parte velocissimo per poi scemare e passare il testimone su tonalità altissime all'altra chitarra; anche la sezione ritmica dà il suo apporto: tutt'altro che superficiale, riesce ad essere unica e memorabile. La ciliegina sulla torta è costituita dall'acuto di Fabio che anela il titolo della canzone finché viene sfumato. Un classico.
Non un calo di tono. Si prosegue infatti con "Time Has Come", a detta del sottoscritto una delle migliori ballad degli ultimi anni. Ancora una volta perfette le vocals, ricche, sontuose ed ispirate: Fabio è al top della sua abilità, esibendo un'invidiabile estensione, e un grande pathos. L'assolo di chitarra è emozionante, di delicata bellezza, mutevole dal soft al pomp neoclassico, tipicamente Malmsteeniano. Anche il pianoforte, col suo timbro primordiale ingentilisce l'atmosfera, aiutato da violini che riempiono gli spazi con un sound rotondo e lussuoso.
"Looking For..." rappresenta il follow up ideale di ogni ballad, e costituisce il finale adatto per questo album, essendo un pezzo altamente riflessivo, disarmante, affidato a un bellissimo lavoro di pianoforte e alle vocals malinconiche e inquietanti, in cerca di risposte... I tuoni e la pioggia non fanno altro che esasperare l'atmosfera creata dalla musica...

Vengono incastonate tra queste song eccezionali altre canzoni un po' più lontane dall'essere considerate "highlights". E' il caso di "Midnight Resistance", cui sembra manchi quel qualcosa che la candiderebbe a presenziare in un "best of". Il chorus, comunque, è davvero energico e mi sembra azzeccato anche l'effetto eco sulla voce. Si tratta di una speed metal song, che beneficia di rallentamenti e accelerazioni progressive di buon effetto. Il finale è affidato all'impetuosa velocità di un'acustica che strania un po' rispetto al resto del materiale elettronico, affiancata da saliscendi tastierici che mi hanno riportato alla mente alcune trovate psichedeliche degli anni '70.
Altro pezzo non destinato a diventare "all time classic", ma comunque solido e riuscito, è "In The Shade",  dimostrazione di come si possa fare speed metal senza risultare irritanti. Le vocals divengono lievemente ripetitive, ma è ancora un piacere ascoltare il pezzo, non fosse altro che per la suadente timbrica di Fabio e l'eclatante riffing che non presenta punti deboli.
"The Right Sign" è un esempio della tendenza a mescolare elementi techno: la palpitante song assume una prospettiva sonora differente rispetto al resto.
"Red Zone" è un brano diretto, speed allo stato puro, che scatta con un strappo vibrante di Fabio. La batteria si fa qui più incalzante, e rimane tirata fino alla fine, all'ultimo grido della moda metallica del tempo.
L'opener "Mortal Sin", invece, mi ha ricordato un po' gli Iron Maiden, soprattutto nelle vocals ruggenti e non pulitissime che a tratti incattiviscono il brano. Tastiere e percussioni sembrano gareggiare in corse di velocità senza vincitori, perché un'improvviso cambio di direzione riporta i toni su quelle sperimentazioni sonore tipicamente techno: trattasi di "Vertigo", versione riveduta e corretta di un noto brano techno trance (dell'italianissimo Rexanthony), inclusa forse per sottolineare forse le radici techno della band, come se non fosse abbastanza chiaro. Il risultato è un concentrato di rimbombanit suoni elettrificati, beat plastici, clean vocals miste a screamings - entrambi incomprensibili - spezzate da spruzzi di chitarre elettriche.
Completano il platter due bonus track tratte dall'EP "Piece Of Time", pubblicato l'anno precedente: "Call me" e "Miles Away", due pezzi in pieno Labyrinth style che non aggiungono molto a quanto detto. Sufficiente la prima, qualcosa in più la seconda, ballad sognante ma non troppo ispirata.

In conclusione, "No Limits" è un disco pregno, soddisfacente, che è passato quasi inosservato fino all'uscita di "Return To Heaven Denied", e fino a che Fabio Lione è diventato una vera star, cantando il materiale dei Rhapsody.
Tuttavia questo album, sorprendentemente, supera secondo me "Return..." per un aspetto fondamentale: il numero di pezzi veramente memorabili, che riescono a rimanere indipendenti gli uni dagli altri, facendo in modo che "No Limits" sia la dimostrazione di come si possa fare metal in modo nuovo e fresco.

Tracklist:

1. Mortal Sin
2. Midnight Resistance
3. Dreamland
4. Piece Of Time
5. Vertigo
6. In The Shade
7. No Limits
8. The Right Sign
9. Red Zone
10. Time Has Come
11. Looking For ...
12. Call Me
13. Miles Away

 
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