Recensione: No Shores Of Hope

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Così, per dare a chi legge subito un'idea di cosa suonino i bolognesi The Burning Dogma, si potrebbero tirare fuori i Cradle Of Filth e il loro caleidoscopico, indefinibile metodo di accesso al black metal. Con la differenza, in primis, che qui, invece, si tratta di death metal.

Ovvio, le differenze sono poi ben altre, ma la filosofia musicale pare essere la stessa: fondare il proprio stile su un genere ben definito, e poi divagare a 360°; non escludendo nulla a priori per rimpolpare la struttura primigenia. 

Un supporto tentacolare, insomma, che abbracci il doom, il gothic, il black stesso, il deathcore, oltre, come afferma la band stessa, a new wave, EBM, dark rock, shoegaze. Condito da una spiccata teatralità d'immagine, che si riverbera in sede live.

Ma, a parere di chi scrive, ciò che caratterizza principalmente "No Shores Of Hope" - debut-album che segue l'EP "Cold Shade Burning", del 2012 - è l'intensa forza visionaria che si cela dietro a ogni nota dell'album stesso. 

Se ne ha subito un esempio, di tutto quanto sopra, nell'opener strumentale "Waves Of Solitude", mistico e fantasmagorico mini-viaggio nelle lande desolate della psiche umana, popolata da figure colorate, indistinte, inquietanti. Poi, la furia demolitrice della violentissima "The Breach" prende il soppravvento, nell'aere, ma è sempre e comunque un'energia che fa del miraggio la propria peculiarità, grazie anche e soprattutto alle ricche partiture delle tastiere di Giovanni Esposito. In questa song, inoltre, appare anche chiaro il ricco background heavy posseduto dall'ensemble emiliano, osservabile principalmente nella forma-canzone e negli stupendi soli di chitarra. Come a dire che, malgrado tutte le possibili evoluzioni e/o contaminazioni, il big-bang occorre cercarlo sempre lì, nell'heavy metal. Anche quando il ritmo diventa vertiginoso e oltrepassa la barriera dei blast-beats, come nella furibonda ma raffinata "Skies Of Grey", nobilitata da luccicanti cascate di note di synth e da un riuscito duetto screaming/female vocals.

Poi deathcore, durissimo, pesantissimo: "A Feast For Crows", per esempio. Attimo in cui il sound (eccellente, nato presso i Domination Studio di Simone Mularoni e Simone Bertozzi) dei The Burning Dogma si fa aspro, metallico anzi ferroso - come il sangue, tagliente. E, anche, melodico. Tuttavia, sempre attento a manifestare nella mente di chi ascolta immagini, ombre, sensazioni visive, insomma.

I brani di "No Shores Of Hope" sono comunque tutti interessanti, ciascuna per quanto di proprio. L'aggressiva "Burning Times", la titanica "No Shores Of Hope", la trasognante "Nemesys", sono composizioni di assoluto livello. Tranquillamente in grado di competere con il gotha internazionale in materia. Con, in più, valore aggiunto, il trittico conclusivo "Dawn Yet To Come I (Drowning)", "Dawn Yet To Come II (No Heroes' Dawn)" e "Dawn Yet To Come III (... e uscimmo a riveder le stelle)", dimostrativo, una volta per tutte, della classe di scrittura posseduta dai Nostri. La quale, unico neo, tende a frammentarsi troppo nei vari flavour stilistici più su menzionati. Ciascun pezzo è fabbricato assai bene, ma, tutti, messi assieme, non combaciano come dovrebbero; lasciando un po' d'incertezza sull'individuazione precisa del marchio di fabbrica The Burning Dogma.

Si tratta di un neo assolutamente cancellabile poiché, nelle corde, è chiaro che i The Burning Dogma abbiano tutto quanto il necessario per farlo. 

Daniele D'Adamo

 

 
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