Recensione: Nordland I

Di Jan Terkuile - 30 Giugno 2003 - 0:00
Nordland I
Band: Bathory
Etichetta:
Genere:
Anno: 2002
Nazione:
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95

Sono passati ormai 6 anni dall’ultimo buon prodotto con un logo dei Bathory in copertina, mi riferisco a Blood on Ice, e credo che un po’ tutti gli ammiratori di questi pilastri del metal si fossero stanacati di accontentarsi di raccolte che non aggiungevano nulla di nuovo, o di album stanchi come Destroyer of Worlds, dove il nostro caro Quorthon ha esaurito il genio dell’intero album in tre canzoni, le prime tre peraltro, cosa che puzza un po’ di business…Fortunatamente “Nordland” arriva in un momento in cui anche i fan più intransigenti si stavano chiedendo se non fosse il caso che i Bathory andassero in pensione, senza ledere la leggenda che da sempre circonda i loro dischi, la loro carriera, la loro storia. Eccoci quindi di fronte ad un disco atipico ma indubbiamente epico, ciò che alla fine dei conti noi tutti volevamo sentire. Prima di passare all’analisi dei brani mi preme dire che “Nordland” a differenza di altri album dei Bathory, non è un disco seminale. Ciò che ha caratterizzato i Bathory fin’ora, e cioè la capacità di porre le basi per un nuovo genere ad ogni produzione, su quest’ultimo lavoro non è accaduto. E’ chiaro l’intento di assecondare i fan, di produrre qualcosa che ci facesse tutti felici, anche se non mancano elementi di novità. L’intro “Prelude” in stile tardo romantico sembra più ricordarci che Holst è una delle passioni di Quorthon piuttosto che catapultarci tra le foreste scandinave, ma non nego che possa piacere molto, io d’altronde ho una sorta di avversione per gli intro che salto quasi sempre a piè pari…

La title track ci riporta all’epoca di “Twilight of the gods”, l’album a cui ci si può maggiormente riferire con “Blood on ice” per descrivere le atmosfere di questo lavoro. L’attacco maestoso col classico incedere lento e spietato dei Bathory più epici è il vero preludio del disco, ed il riff portante del pezzo allibisce col suo portamento quasi Manowariano, e altrettanto stupefacente è ascoltare un riff dal sapore classicamente heavy su un disco dei Bathory. La voce di Quorthon sembra aver completamente eliminato ogni residuo del suo passato più estremo, dirigendosi su registri più narrativi e lirici, anche se, parliamoci chiaro, il nostro non è mai stato un gran che come cantante nel senso stretto del termine, piuttosto attore delle sue stesse opere: l’interpretazione è il vero fulcro delle sue performance, è così è anche questa volta. Il chorus della canzone è decisamente glorioso, e quanto mai adatto al titolo della canzone e del disco stesso. “Vinterblot” costituisce uno degli episodi più particolari dell’album grazie al cantato stranamente effettato, e alla sua atmosfera carica di tensione, che sembra trovare completa realizzazione nella successiva “Dragons breath”, dove cori bathoriani in pieno stile “blood on ice” si alternano a strofe dall’incredibile ruvidità, che smascherano il passato da screamer di Quorthon, che a volte sembra citare Kronos nell’approccio estremamente aggressivo. Ad equilibrare i precedenti 10 minuti di pesantezza ci pensa”Ring of gold”, acustica, che ci rimanda ad episodi come “Man of iron” o “Song to hall up high”. “Foreverdark woods” è introdotta da un fraseggio dal sapore quasi medievale, che si sviluppa in un pezzone epic, di quelli che vi danno una buona ragione per aver aspettato anni questo disco, riportandoci immediatamente tra le nevi del nord; chi ha particolarmente apprezzato canzoni come “Under the Runes” o “The Stallion” troverà certo in questo pezzo uno degli apici del disco. “Broken Sword” si apre con un arpeggio malinconico tra il fragore delle onde, per poi esplodere in un’improvvisa sfuriata, che vorrei descrivere citando una vecchissima recensione di HM del secondo album dei Metal Church: “una catenata sulle balle”. Il refrain piuttosto facile non rappresenta certo ciò che di meglio hanno fatto i Bathory, sono convinto che questo pezzo sia classicamente riconoscibile come immediato e adrenalinico, ma stancante in tempi piuttosto brevi. D’altronde Quorthon e l’adrenalina non sono più un tutt’uno da qualche annetto…Il genio dei Bathory emana una scintilla ed ecco che un riff incredibilmente cattivo ed inadatto alle atmosfere epiche di “Great hall awaits a fallen brother” ne diventa base ideale, come riescano questi miracoli rimane un mistero e prerogativa dell’eclettico spirito di Quorthon. Il risultato è ad ogni modo travolgente, passionale, anche grazie al testo drammatico, che narra della morte del fratello del protagonista della canzone. Quando pensate di aver sentito il meglio di questa track rimarrete sicuramente sbalorditi dalla sua evoluzione, dal riff successivo, dagli arpeggi inseriti ad arte, da cori che sembrano un vero e proprio canto funebre ma glorioso, come nel vero spirito vichingo, che non prevedeva pianti per chi muore in battaglia. “Mother earth Father thunder” è la naturale continuazione del precedente pezzo, che batte il ferro caldo delle forti sensazioni che è riuscito a creare, costituendo il finale ideale della canzone e dell’intero album. Si conclude con “Heimfard”, un outro atmosferico che si contrappone alla maestosità dell’ultima parte di questo “Nordland”.

In sostanza penso che quest’album necessiti di numerosi ascolti, non c’è l’immediatezza di “Blood on Ice” né la mostruosa epicità di “Hammerheart”, né la malinconia di “Twilight of the gods”, eppure c’è di tutto un po’, senza risultare uno sconclusionato mischiotto di vecchie idee riciclate, piuttosto una dichiarazione di intenti, come a dire che questo è il modo che Quorthon ha scelto per scrivere epic metal. Chissà quanto tempo ci vorrà prima che possa passare all’olimpo dei capolavori, penso che come al solito dovrà scontare mesi e mesi di critiche, prima di ottenere ciò che gli è dovuto. Unica nota negativa: a me piacciono le registrazioni grezze dei vecchi Bathory, ma questa fa veramente un po’ schifino…

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