Recensione: Norske Ritualer

Di Andrea Poletti - 3 Novembre 2016 - 3:19
Norske Ritualer
Band: Djevel
Etichetta:
Genere: Black 
Anno: 2016
Nazione:
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66

Djevel – “Norske Ritualer” ovvero perché il black metal è Norvegese.

Potremmo generalizzare ed essere convinti al 90% che la perfezione sia insita all’interno di questo album per i parametri del black metal, risulta difficile riscontrare delle pecche lungo il quarto capitolo ufficiale della discografia dei Norvegesi. Sorprendentemente uscito ad un anno e mezzo preciso di distanza dal precedente “Saa raa og kald”, questo nuovo “Norske Ritualer” riprende in tutto e per tutto ciò che la breve ma intensa storia della band ha forgiato in questi anni; parrebbe quasi essere il fratello spontaneo del etero capitolo tanta è la somiglianza tra i due.

Il tipico album nato e cresciuto in un epoca sbagliata perché se come i suoi predecessori, avesse avuto come anno di nascita uno qualsiasi tra il 1992 e il 1997 sarebbe quasi potuto essere considerato quale un classico del genere, ma ahimè così non sarà. Proprio in quegli anni la Norvegia ha forgiato alla perfezione il classico sound della seconda ondata di Black metal, con nomi altisonanti quali Darkthrone, Satyricon, Mayhem, Immortal e compagnia bella. Questa non è la sede prestabilita per le lezioni di storia Blackmedievalista percui vi preghiamo di rivolgervi ad altri capitoli grazie. Tornando a questo “Norske Ritualer”, senza girarci molto intorno, potremmo dire come ogni singola canzone sia costruita intorno ad un ipotetico connubio tra “Shadowthrone” e uno qualsiasi della trilogia classica dei Taake. Chi ha presente quel capolavoro di “Nattestid ser porten vid”? Quel disco ha contribuito in maniera eclatante a creare questa band di Oslo, che ha pure deciso di inserire Hoest come guest lungo la terza traccia, ‘Doedskraft og tre Nagler’, giusto per completare il cerchio. Metti mai che mancasse qualche indizio per scoprire il rebus finale. 

Otto brani che di per se, come già sottolineato, non hanno nulla di sbagliato funzionano benissimo e si ascoltano con piacere più e più volte. Peccano solo che stagnano su cliché del passato senza riuscire ad avere una prestazione di carattere, se non per alcuni episodi realmente congegnati in maniera valida. L’inizio è dei più promettenti con uno dei riff più arcigni e catchy che si potessero pensare, puzza di Norvegia fino al midollo e lo screaming con cui si aprono le danze è goduria allo stato puro sino al quarto minuto, dove le chitarre acustiche entrano e l’atmosfera si lascia andare ad una malinconia inaspettata, vivendo su ampiezze sonore di maggiormente dilatate e più metafisiche. La struttura compoitiva è pressoché simile lungo ogni canzone, non vi sono molti scossoni e tutto risulta alquanto prevedibile, quasi paradossale. Prendiamo lo stacco da 1:34 a 1:58 di ‘Jeg Maner Eder Alle!!’ come esempio, non vi ricorda qualcosa di famigliare? Non vi pare di averlo già ascoltato in un album che… No dai non vi rovino la sorpresa. Così vale per il riff principale di ‘Med Christi Legeme og Blod Under Hoeiere Fod’ che pare essere uscito dal trittico di ferro dell’epoca d’oro dei Darkthrone; per concludere segnaliamo ‘Med Tornespiger Var Han Haengt’ e il suo “UH!” iniziale che pare provenire dalla “nebbia” più vera che mai. Certamente “Norske Ritualer” non vive di copia e incolla, ha una personalità alla base, minima ma è riscontrabile grazie l’utilizzo di vocalizzi puliti e di cori folkeggianti attraverso aperture atmosferiche degne di nota. L’intermezzo ‘Til Mitt Kjaere Norge’ e la sua chitarra acustica spezza l’andamento claustrofobico e riesce nel raro intento di essere necessario, non un mero punto infinitesimale nel vuoto cosmico. In sostanza tutte le tracce qui dentro sono valide se ascoltate senza troppi pensieri, senza costantemente pensare al passato con gli occhi languidi, basta farci l’orecchio un minimo e si gode parecchio. Rispetto al recente trascorso invece i Djevel tendono a rafforzare il suono donandogli un impatto meno grezzo e diretto, riuscendo ad aprire i bassi per un effetto più plateale e meno dritto in faccia, semplice ma diretto. 

Ciò che non riesce far salire in quota “Norske Ritualer” è la non freschezza sonora, che a dispetto dei suoni ottimi e potenti, si perde spesso in un bicchiere d’acqua, come a volere scavare ripetutamente il solco di un passato lontano dandogli un minimo di personalità, senza riuscirci al 100%. Questo ovviamente è accaduto anche negli album precedenti, è una peculiarità del gruppo, che ancora non stenta a decollare verso lidi prettamente singolari e più caratterizzati. Certamente se al quarto album i nostri sono ancora per strada, un minimo di seguito lo avranno ma cerchiamo di non foderarci gli occhi di prosciutto norvegese. Un disco che è sì la sintesi del tramerark classico scandinavo, ma tende a pagare troppo il dazio con i ricordi piuttosto che guardare avanti. Belli senz’anima in fin dei conti.

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