Recensione: Northern Memory (北方记忆)

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All'inizio del 2018 Nature Ganganbaigal aveva dichiarato conclusa l'attività musicale dei Tengger Cavalry. Tra dispute con una precedente label ed indicibili tormenti personali vinse fortunatamente il desiderio di riprendere in mano la sua musica e, cosa più importante, sè stesso. A luglio 2018 la band è ritornata con il nuovo singolo "Heart" che comprende l'omonimo pezzo di oltre tredici minuti di durata. Per struttura e lunghezza -degna dei Moonsorrow - il brano rimase decisamente un unicum nella loro discografia, fatta sostanzialmente di fugaci incursioni mongole e centro asiatiche. Nel 2019 "Northern Memory" segue quella scia, ma con qualche sorpresa in più.
 
Dopo il remake di "Blood Sacrifice Shaman" (2015) i successivi lavori avevano lasciato perlopiù l'amaro in bocca, tranne qualche buon sussulto qua e là. "Northern Memory" consta in due "volumi" nel formato digitale, successivamente accorpati in un unico disco nell'edizione fisica della Pest Productions. Similmente a "Cavalry Folk" (2011) qui  troviamo una parte metallosa e l'altra asian nomadic ritual folk ambient. Questo concept album basato sulle onde delle tribù nomadi Hunnu, Cian-Bi, Khi-tan pare giungere per reclamare tutto ciò che a Nature stava per essere sottratto per sempre. "Cian Bi Rock and Roll" mette da subito le cose in chiaro, sottolineando il riferimento al precedente full-lenght  ed a quanto fatto dal gruppo in tempi ancora anteriori.
 
L'esasperazione, la tragicità e la confusione che pervade gli ultimi due dischi, seppur certamente presenti, in quest'album perdono assai d'intensità tranne in "Pier 39 (Pt.2)", disperata, cupa ballata dal gelido sapore gotico e cantautorale. La sua posizione nella tracklist rompe la fluidità d'ascolto tra i brani elettrici, enfatizzando la percezione di vero punto debole del disco. Il pezzo, tuttavia, sfoggia dei particolari assoli di chitarra che risplendono virtuosi in altri brani. Si tratta di destrezza strumentale mai fine a sè stessa ed è in grado di impreziosire un'epica e luminosa bellezza di istinto heavy metal classico ed hard rock. Questo trascinante quid si accompagna ad una corposa base  vicina all'industrial metal dei Rammstein ma anche ad una verve death melodico e thrash. A sua volta la componente metal si avvolge a melodie e  strumenti etnici della tradizione nomadic dei Tengger Cavalry, evocando suggestioni selvagge e desertiche. Grazie a questi elementi la sezione ritmica subisce una certa enfasi e vengono amplificate la forza delle emozioni interiori. Dal punto di vista vocale Nature si lancia quasi totalmente in un growl a volte acre, a volte profondo, limitando il cantato pulito ed intervenendo quasi mai con il throat singing. Tale bilanciamento tecnico pare da un lato descrivere l'asprezza del suo vissuto, dall'altro una ferrea determinazione ed un baldanzoso entusiasmo. Non viene di certo dimenticata una forte essenza spirituale, creata perlopiù dal comparto strumentale che dallo stile di canto.
Autentico punto di forza è la qualità della produzione che esprime al meglio la potenza ed il recupero di una combattività e di un'entusiasmo a volte spensierato, non così distante dal mood di "The Expedition" ed "Ancient Call". Certe sperimentazioni ed arrangiamenti possono ricondurre, a volte, al remake di Blood Sacrifice Shaman. L'impressione è quella di trovarci, a tratti, di fronte a brani istintivamente più sicuri dei propri mezzi e della propria forza, canzoni  che si potrebbero annoverare tra i migliori della loro discografia. A tal proposito impossibile non citare pezzi come "The Brave Brave One", "Iron Fist", "Lone Wolf" e "Unite". Il primo colpisce per l'irresistibile allegria battagliera dall'aria hard-rock e metal classico impreziosita da assoli dinamici e fantasiosi mentre "Iron Fist" conquista per un altro approccio: la traccia è un vero pugno di ferro colmo di una sincera sacralità a cui si adagia, a volte, l'effetto nostalgia donato dai cori che ricordano "Summon the Warrior" di "Ancient Call". Contribuiscono a rendere il brano un'autentica perla gli spettacolari assoli dall'aria neoclassica. "Lone Wolf" affascina per il piglio dissonante ed un'epicità primitiva e magicamente cameratesca mentre "Unite" rapisce per il suo essere allo stesso tempo permeato di malinconia e trainato da una forza invincibile, sicura e solare.
Nell'attitudine prettamente più cupa, si rivelano validissimi, "Forge" e "Wings of Scar and Steel", pezzi dal quid vagamente doom.
"Pier 39" è un caso a sè stante, essendo un mix assai riuscito dei Tengger Cavalry del passato e quelli del presente. L'animo intimista e malinconico si fonde con classe delicata e contemporaneamente reattiva. Una grande raffinatezza mistica avvolge l'ottima e cadenzata "Khan of Heaven" brano che travolge implacabile come un'orda di popoli delle steppe.
"Cian Bi Rock and Roll.."e "My Sky" si distinguono dalle altre tracce del disco virando su un approccio  più diretto e sperimentale, specie la prima. Se "Cian Bi Rock and Roll .." trascina l'ascoltatore con la sua velocità quasi futurista, "My Sky" è uno stupendo  condensato di suggestioni tradizionali e moderne.
 

Con le ultime cinque canzoni arriviamo infine al "lato" asian nomadic ritual folk ambient. In quei brani a tratti misteriosi, drammatici e luminosi si insinuano a volte delle granitiche schitarrate infuocate. Il troath singing, quasi assente precedentemente, fa da padrone in contesti musicali potenzialmente godibili per chi può apprezzarne il genere, ma generalmente di qualità meno coinvolgente. Tuttavia, "Moment" pezzo quasi scevro di battiti tecnologici è forse per questo l'apice assoluto del quintetto, nonchè uno dei brani lenti più riusciti della band.
 
Con "Northern Memory" i Tengger Cavalry ci propongono sostanzialmente un album ispirato come non accadeva dal 2015. Purtroppo, l'uscita dell'edizione fisica coincide con la notizia della dipartita di Nature, avvenuta in circostanze ignote giorni prima. La musica metal e la musica in generale ha perso certamente un musicista unico, che poteva ancora darci moltissimo. Il presente lavoro è complessivamente di buonissima fattura e vi si intravedeva un ulteriore, possibile evoluzione in termini compositivi. Quasi analogamente al compianto Quorthon che se ne andò nel 2004 dopo aver rilasciato i due "Nordland", Nature muore successivamente ai due "volumi" di "Northern Memory". Addio Nature, grazie di tutto.
 
Elisa "SoulMysteries" Tonini
 
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