Recensione: Nostradamus

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Ben trentaquattro anni sono passati dall'esordio siglato con Rocka Rolla, primo disco dei Judas Priest seguito da capolavori immortali del calibro di Sad Wings Of Destiny, British Steel, Screaming For Vengeance, Defenders Of The Faith e Painkiller. Proprio con quest'ultimo album la giostra si ferma improvvisamente con l'abbandono da parte di Rob Halford: un colpo a freddo che lascia scorgere molti dubbi su quello che sarà il futuro della band. Ma i restanti componenti del gruppo non ne vogliono sapere di seppellire un logo che ha fatto la storia e che potrebbe continuare a farla per altri anni ancora e decidono di rimettersi in carreggiata con un sostituto trovato nella figura dell'americano Tim Owens. La band torna dunque in attività sopratutto per la gioia del proprio pubblico, seppur con due album piuttosto controversi come Jugulator e Demolition. L'intesa magica che si era ricreata con la triade Halford/Downing/Tipton sembra essere svanita nel nulla, i fan non sono d'accordo e reclamano per il Metal God il posto che gli spetta di diritto. Nel 2004 il miracolo tanto atteso: Halford ritorna ufficialmente nella band, con la quale incide, nell'anno successivo, Angel Of Retribution, il disco della resurrezione. Dopo altri due anni spesi fra tour mondiali e studio di registrazione, ecco arrivare sul mercato Nostradamus, il tanto atteso concept album sulla figura del profeta francese Michel de Notre-Dame.

Cosa differenzia Nostradamus da tutti gli altri classici targati Judas Priest? Prima di tutto l'idea del concept, mai visto su nessun disco della band inglese e, in secondo luogo, le abbondanti orchestrazioni che appesantiscono non di poco l'ascolto. Contenuti decisamente impegnativi quindi, sopratutto per quanto riguarda la durata globale del disco e per la complessità delle soluzioni adottate nelle strutture dei brani; il tutto va a comporre una tracklist che manca di immediatezza, risultando essere difficile da assimilare tutta d'un fiato.
Ottima come sempre la prestazione dell'intera band: primo su tutti un Rob Halford sugli scudi con una prova superba, grazie sopratutto ad una capacità interpretativa d'alto livello degna di un attore d'opera teatrale. La premiata ditta Downing/Tipton è la solita e assoluta garanzia sia dal punto di vista ritmico, sia per quanto riguarda le parti solistiche; Scott Travis, nonostante le limitazioni nell'uso della doppia cassa, affronta tutti i pezzi con la massima precisione e Ian Hill tiene in piedi la sezione ritmica senza mettersi troppo in luce, lasciando agli altri componenti il ruolo da protagonisti.

Act I

"Many years ago a boy was born
A boy with a gift
A gift that would be the envy of all mankind
To see what no other could-great visions
of the future
Or would a curse be bestowed on the boy
The boy whose name was Nostradamus"

L'opera parte con l'intro Dawn Of Creation, la quale prepara l'ascoltatore per l'iniziale Prophecy: incipit spiazzante per le orecchie di chi è abituato al classico trademark della band; il pezzo si muove essenzialmente su ritmiche più contenute, accompagnate dagli innesti sinfonici ad opera delle tastiere di Don Airey. La collaborazione con il tastierista inglese non è di certo una novità: i suoi interventi sono già presenti (seppur in forma più ridotta) nei precedenti Angel Of Retribution e Painkiller ma, in questo caso, il lavoro del genio dei Deep Purple viene messo in maggior risalto fino ad avere un ruolo fondamentale nelle strutture ritmiche dei brani. Il breve interludio acustico (il primo di una nutrita serie) di Awakening introduce l'ipnotica Revelation: in questo caso le parti vocali di Halford seguono passo per passo gli inserti prepotenti di tastiera, adattandosi su di essi con strofe ossessive e quasi snervanti, per poi lasciare spazio ad un refrain altamente melodico ed evocativo. Se la successiva War concede largo spazio ad orchestrazioni imponenti, la dirompente Pestilence And Plague spinge il piede sull'acceleratore deviando verso territori nettamente più heavy-oriented; in quest'ultima non passa di certo inosservato il refrain cantato in italiano, lingua che figurava fra tutte quelle parlate dal profeta francese. Atmosfere più sulfuree che sfiorano il doom caratterizzano il lento procedere di Death, per poi lasciare spazio successivamente agli innesti più melodici e facilmente assimilabili di Conquest. A chiudere questo primo atto ci sono le atmosfere più calme e riflessive di Lost Love e le violente bordate di Persecution: se la prima è caratterizzata dall'intreccio tra suoni di pianoforte e chitarre acustiche che vanno a ricreare un tappeto sonoro leggero e delicato, la seconda va a richiamare alla mente le aperture più violente di Painkiller.

Act II

"Once upon a time in ancient centuries"

Lenti rintocchi di pianoforte introducono questo secondo atto di Nostradamus, forse la parte più difficile da assimilare, se non dopo una nutrita dose di ascolti. L'opener Exiled scorre lentamente fra atmosfere oscure ed evocative, arpeggi lenti e delicati ed un cantato di Rob drammatico e quasi sofferto. Le successive Alone e Visions sono le due perle della seconda parte dell'album: entrambe le tracce sono caratterizzate da rispettivi refrain diretti e passionali come non si sentivano da anni. Se New Beginnings continua, come le precedenti, a scorrere su ritmiche lente e cadenzate, fra arpeggi di chitarra acustica, rintocchi di pianoforte, fino a sfociare in un ritornello carico di emozioni che si stampa subito in mente, con la title-track gli echi di Painkiller tornano nuovamente a farsi sentire, fra sfuriate di doppia cassa e assoli pirotecnici ad opera della coppia Downing/Tipton: un fulmine a ciel sereno che spezza una tracklist votata sopratutto ai mid-tempo ed alle orchestrazioni sinfoniche. Tocca alla possente Future Of Mankind scrivere la parola fine nell'opera, scorrendo lenta e raffinata fra aperture più melodiche ed imponenti cori dal netto sapore epico.

"Je suis au bout de ma vie
Ma tâche est finie
Je passe de ce monde á un autre
Mes prémonitions survivront
Prenez garde á mes paroles
Par ce qu'elles adviendront
Le patrimoine que j'ai laissé
L'avenir de l'humanité"

Con il ritorno al trono di Sire Rob Halford e la release, per l'occasione, di Angel Of Retribution, la band aveva preferito dare alla luce una serie di brani più consoni al classico trademark che li ha da sempre contraddistinti. Metabolizzata la reunion e scomparse le paure per un eventuale passo falso nel momento più delicato della carriera, i Judas Priest hanno deciso di osare proprio con Nostradamus. Esperimento riuscito? Per buona parte si può dire di sì. Certamente, se fosse uscito qualche anno fa avrebbe fatto gridare al miracolo, ma ciò non lascia trasparire alcun dubbio su quello che è l'effettivo valore di un disco che, una volta assimilato, riuscirà a far emergere tutto quello che è il proprio splendore.

Angelo 'KK' D'Acunto

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Tracklist:

Disc 1:
01 Dawn Of Creation
02 Propechy
03 Awakening
04 Revelations
05 The Four Horseman
06 War
07 Sands Of Time
08 Pestilence And Plague
09 Death
10 Peace
11 Conquest
12 Lost Love
13 Persecution

Disc 2:
01 Solitude
02 Exiled
03 Alone
04 Shadows In Flame
05 Visions
06 Hope
07 New Beginnings
08 Calm Before The Storm
09 Nostradamus
10 Future Of Mankind

 
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