Recensione: Nothing To Fear

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I Wrath si formarono nel 1982 a Chicago dal bassista Gary Modica ed il chitarrista Mike Nyrkkanen. Dopo un paio di anni di gavetta con i musicisti dell'area e vari tentativi di pianta stabile, grazie all'ingaggio del chitarrista Scott Nyquist, del vocalist Gary Golwitzer (già cantante degli Stygian) e del batterista Rick Rios, prese forma la line-up definitiva che avrebbe portato il gruppo ai primi grandi successi. Nel 1985 i Wrath, trovata la formazione ideale, intrapresero il loro viaggio nel mondo del metal americano, che iniziò con la registrazione del famigerato demo di sei tracce intitolato Children Of The Wicked. Questa raccolta evidenziò l’originale stile musicale dei Wrath, e fu la chiave di volta per la band, la quale firmò il suo primo contratto discografico con la King Records Klassic. Nel 1986, la band debuttò con l’album Fit Of Anger, distribuito in tutto il mondo attraverso King Klassic/Greenworld. Fit Of Anger ottenne un immediato successo, e la band, elogiata dalle fanzine metallare e dalle radio, riuscì a far dirottare su di sé l’interesse dei metal-heads di tutto il mondo. La fama dei Wrath fu alimentata inoltre da riviste prestigiose come Kerrang!, Metal Hammer, Metal Militia.

Nel 1987, il gruppo  firmò un accordo esclusivo con la Medusa/Enigma Records, ed in seguito all'uscita di Rios, arruolarono l’amico e batterista degli Amulance, Mike Fron. Fu Il chitarrista e leggenda dell’hard rock Ronnie Montrose a produrre il secondo full-length della band, l’acclamato Nothing To Fear, un platter di nove tracce di thrash accattivante che entro breve fece sentire la sua presenza nella scena metal del tempo. Lo stile vocale contorto di Golwitzer, la precisione del riffing di Nyrkkanen, Nyquist e Modica sottolineato dal potente battito di Fron portarono un nuovo picco di popolarità ai Wrath.

Nothing To Fear è quello che si potrebbe benissimo considerare il miglior album dei Wrath, o comunque, la più talentuosa espressione artistica partorita dal combo americano, nonostante il successivo Insane Society sia comunque stata la release con più copie vendute. Dopo l’ottimo debutto intitolato Fit Of Anger, (più diretto e grezzo rispetto al successivo, ma che comunque lasciava già intravedere l’indole stilistica del gruppo), nel 1987 i Wrath si imposero sul mercato con un album decisamente di prima categoria. Nothing To Fear è un chiaro esempio di quello che verrà in seguito definito da molti “technical thrash”, ovvero un thrash metal suonato in maniera da evidenziare e privilegiare le doti tecniche del gruppo, con una sorta di taglio quasi “progressivo” (in questo caso se non addirittura melodico a tratti), e basato su un egregio lavoro compositivo ed esecutivo studiato e poi messo a punto dai musicisti. L’album possiede un tasso tecnico generale molto elevato, le atmosfere sono rese cupe e lugubri, e bene si incontrano con la voce contorta e maligna di un originale Gary Golwitzer dal timbro molto particolare (in questo disco pare essere un assurdo incrocio tra Rob Halford e Bobby "Blitz" Ellsworth in preda al panico).

L’album parte con “R.I.P. (Ripped Into Pieces)”, canzone dalla ricercata intro in progressione che,  spinto dalla malefica risata di Gary Golwitzer,  scatena in breve una ritmica da head-banging obbligato. I ritmi si fanno sostenuti per la quasi totalità della canzone, che procede schietta e diretta, assolvendo il compito di opener del disco in maniera davvero egregia. In seconda posizione troviamo “Mutants”, decisamente una delle canzoni più impressionanti dell’album dal punto di vista strutturale e stilistico. Dopo una partenza lenta, la canzone è un alternarsi di sessioni di riffs lanciate o dal netto taglio tecnico. Da segnalare qui l’ottimo lavoro della batteria e la resa d’amosfera della voce, che rende tutto più oscuro e lugubre. “Hell Is Full” inizia con un malinconico arpeggio in acustico sostenuto dal basso, facendo da apripista all’urlo di Gary Golwitzer, che pare provenire dall’oltretomba. Il tutto in seguito si fa più pesante, e la voce irrompe con potenza dopo un rullo di batteria. Anche qui, la tecnica del gruppo è notevole, parti soliste comprese, in una canzone anch’essa strutturata in modo complesso e multisfaccettato. Di certo una prova da parte del gruppo che non può passare inosservata. Alla numero quattro troviamo “Painless”, una song dal netto taglio epico, messo in evidenza fin dall’inizio grazie all’assolo dell’intro, che così bene ricama la parte ritmica sottostante. “Painless” in generale risulta essere più lenta rispetto alle precedenti, ma decisamente più espressiva, soprattutto nella parte centrale, grazie anche alla prestazione degna di nota del vocalist, che in maniera egregia riesce a riempire di pathos tutta la canzone.

La successiva “Fear Itself”, il cui titolo risulta ironicamente essere in netto contrasto con quello dell’album stesso, mette esplicitamente in risalto le capacità dei musicisti alternando  fra passaggi e riffs variegati, ma tutti caratterizzati da un alto tasso tecnico d’esecuzione. Bellissimo il finale dal riff tiratissimo e scandito dalle parole “Scared to die/Hear my cry/Ya Ka Bang!/I won’t fear to die”. La sesta posizione è occupata da “Sudden Death”, una delle canzoni più energiche e dirette dell’intero platter, e certamente una manna per ogni head-banger che si rispetti. L’atmosfera torna quindi subito a farsi lugubre con “Incineration/Caustic Sleep”, song che non può non figurare fra le “top hits” di “Nothing To Fear”. Dopo una partenza “soft” creata  da  un'intro acustica dal sapore malinconico, la canzone si fa decisamente pesante, e il tutto è reso molto bene grazie ad un ottimo lavoro degli strumenti (in special modo della batteria), senza contare gli stacchi di chitarra che richiamano necessariamente allo scapocciamento sul finire della canzone. La successiva “When Worlds Collide” è anch’essa sicuramente una delle migliori songs dell’album, pesante, carica e dalle chiare sfaccettature epiche (ne è un bellissimo esempio l’intro stessa). Anche qui, pregevolissimo il lavoro generale delle chitarre, che dettano legge dall’inizio fino alla fine. Curiosità storica: “When Worlds Collide” è stata inserita nella colonna del film “Leatherface: The Texas Chainsaw Massacre III” del 1990 insieme ad altre canzoni di famosissimi gruppi metal americani (Laaz Rockit, Death Angel e Sacred Reich tanto per citarne alcuni). Alla posizione numero nove, un effetto sonoro sinistro introduce “Victims In The Void”, la canzone finale dell’album che chiude i giochi rispettando rigorosamente i canoni tipici di “Nothing To Fear”, alternando parti progressive e tecniche con pezzi più lanciati e tirati. Anche qui, come al solito, è la voce di Gary Golwitzer a rendere tutto più “maligno”.

In generale si può dire che Nothing To Fear sia un album decisamente originale nelle sue caratteristiche peculiari, sicuramente ben suonato e composto, con un’inusuale atmosfera cupa e lugubre che lo accompagna in tutta la sua durata (sicuramente una nota di originalità non indifferente). Il disco può essere tranquillamente annoverato tra quelle “lost gems” del passato storico del metal che meriterebbero di essere riscoperte e riportare alla luce e, anche se non si può di certo gridare al capolavoro, sono convinto che la maggior parte degli amanti del thrash ottantiano lo possano apprezzare sicuramente (in special modo quelli che adorano i sounds particolari). Allo stesso modo, credo che i Wrath siano una band che debba essere rivalutata a distanza di tempo, visto anche il fatto che, come tanti altri gruppi loro contemporanei, hanno probabilmente raccolto meno successo di quanto avrebbero meritato. Infine, non ci resta che aspettare che qualche etichetta ristampi Nothing To Fear quanto prima.

Simone Maver

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Tracklist:
1) R.I.P. (Ripped Into Pieces)
2) Mutants
3) Hell Is Full
4) Painless
5) Fear Itself
6) Sudden Death
7) Incineration/Caustic Sleep
8) When Worlds Collide
9) Victims In The Void

Line-up:
Gary Golwitzer - vocals
Scott Nyquist - guitar
Mike Nyrkkanen - guitar
Gary Modica - bass
Rick Rios – drums

 
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