Recensione: Now What?!

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Quando si presenta la circostanza di approcciarsi per la prima volta ad un nuovo album di inediti di una band che ha scritto capitoli fondamentali della storia del rock, si viene quasi sempre soverchiati da sentimenti contrastanti: da un lato la speranza di ritrovare almeno una parte di quei suoni che ci hanno fatto innamorare proprio di quella band e della sua musica, insaporita da almeno un’ombra della grinta e della creatività dei tempi migliori, e dall’altra il timore di trovarsi di fronte, viceversa, a lavori imbarazzanti, o perché bolsi e privi della scintilla della creatività di un tempo, o perché persi nel rincorrere novità e ammodernamenti del suono sfocati e fuori luogo.
D’altro canto, cosa si può chiedere ancora ad artisti con decenni di carriera alle spalle ed i cui lavori storici sono presenti nelle case di tutti i rockers del globo terracqueo? Che ripropongano costantemente se stessi ricalcando ad libitum l’imitazione di quanto fatto in gioventù? Oppure che neghino la propria storia, stravolgendo il proprio suono e lanciandosi in improbabili inseguimenti del trend del momento?
I Deep Purple di "Now What?!", nuovo full-length uscito a distanza di otto anni dal precedente Rapture of the Deep, non fanno, per fortuna, né l’una né l’altra cosa.
Già le anteprime circolate sul web prima del rilascio del CD (e qui ricomprese) hanno fatto balenare incoraggianti presagi sullo stato di forma della band: Hell To Pay si è dimostrato, infatti, un rocker carico di groove, di feeling e di divertimento, superbamente incorniciato da un monumentale organo Hammond, mentre All The Time In The World ha subito accarezzato i padiglioni auricolari con il suo piacevole, disteso, elegante e melodico suono, caratterizzato da un pregiato impegno della chitarra.
E se la visione della copertina di Now What?!, brutta tout court, ha innescato, viceversa, qualche contrarietà, i buoni auspici di cui sopra, vengono però adesso confermati dall’ascolto del lavoro nella sua completezza.
Ben lontani da qualunque tentazione di allontanarsi da un suono classificabile come classic rock, infatti, i Deep Purple non si avvitano neanche intorno al tentativo sterile di ricostruire in laboratorio una nuova Smoke On The Water o una nipote più o meno legittima di Child In Time.
I nostri eroi, giunti, se non abbiamo fatto male i conti, all’ottava configurazione della line-up (Ian Gillan alla voce, Steve Morse alla chitarra, Roger Glover al basso, Ian Paice alla batteria e Don Airey alle tastiere), sono riusciti a realizzare un album in cui resta riconoscibilissimo il suono marchiato inconfondibilmente Deep Purple, contraddistinto da un magma incandescente di rock duro nel quale s’immergono qui influenze di world music, progressive e fusion. Tale sound è ornato, poi, da feeling e grinta in quantità industriali, oltre che dalla maestria incontrastata degli strumentisti.
A proposito di strumenti: anche rispetto al precedente lavoro in studio, Now What!? vede un ruolo di primissimo piano delle tastiere di Don Airey, verosimilmente per omaggiare il  grande Jon Lord, storico tastierista della band, di recente scomparso, ed al quale l’album è dedicato.

Il brano d’apertura, A Simple Song, dopo un inizio incantato tra voce e rarefatte note di chitarra e tastiere, si trasforma rapidamente in un rocker tipicamente Deep Purple, dominato proprio dalle tastiere, per poi concludersi come all’inizio. Weirdistan è dominata altresì dai colpi di un basso particolarmente incisivo e, ancora, dai tasti d’avorio in prima piano, mentre la sei-corde si cimenta in un assolo quasi fusion, a suggellare una traccia dalle atmosfere a tratti psichedeliche.
Out Of Hand è carica d’influssi world ed arabeggianti, e mescola ricordi del precedente album con  echi di classici come Perfect Stranger.
Sfumature nere ed accattivanti note di un organo sempre in primo piano diversificano ancora Body Line, innervata da una sezione ritmica scattante e nervosa.
E sempre i tasti d’avorio avvolgono pure Above And Beyond, brano dalle influenze prog con nuance folk nell’espressione melodica, e s’impennano in Blood From A Stone, nella quale le atmosfere sospese assumono connotazioni persino doorsiane (vedere alla voce Riders of the storm).
Uncommon Man vede giganteggiare una volta di più le tastiere (a guisa d’orchestra), e pure una luminosa chitarra, per uno sviluppo dagli epici contorni hard-prog, mentre Après Vous si muove con risolutezza tra riff di corde e di tasti dai contorni inequivocabilmente DP e l’inseguirsi tumultuoso degli strumenti.
Vincent Price, infine, è un’apertura riuscita, come il titolo fa intuire, ad atmosfere inquietanti.

Now What!?, dunque, è una rassicurante e, a tratti, avvincente espressione dell’ancora vivida creatività della hard rock band inglese, che, pur non potendosi collocare tra i memorabili masterpiece del passato, è ben lontano dall’essere archiviabile nello scaffale degli album irrilevanti e “da evitare” del gruppo (quelli che, insomma, finiscono nell’arco di un anno dall’uscita in offerta super-economica nei supermercati).
Tutto questo, grazie all’energia e, sì, alla freschezza di molte sue composizioni, che corroborano l’altissima classe di strumenti e voce certamente “in palla”, dando vita anche a più di qualche zampata da antichi leoni del rock ancora in grado di far sentire il proprio ruggito.

Jon Lord, ne siamo certi, da lassù ascolta con commozione i suoi colleghi.
E sorride.


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