Recensione: Oblivion

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Oblivion” è l’album di debutto dei Realm of Wolves, trio ungherese proveniente da realtà come VVilderness e Silent Island e che, devo ammetterlo, mi ha subito stregato col suo abilissimo e toccante mix di black atmosferico, reminiscenze ambient, sprazzi di death melodico e schegge folk. Sette tracce per quaranta minuti circa, durante i quali la talentuosa compagine dimostra di avere una perfetta padronanza della materia trattata e, soprattutto, un gusto incredibile per le atmosfere sentite, cangianti e mai banali, capaci di catapultare in un baleno l’ascoltatore in uno scenario incontaminato, freddo e distante ma anche pacifico e solitario, avvolgendolo con un flusso ininterrotto di sensazioni primitive, immediate e contrastanti, ottimamente riassunte dalla semplice ma altrettanto affascinante copertina.
Un aspetto assai importante di “Oblivion”, e che me l’ha fatto amare fin dal primo ascolto, è sicuramente il perfetto bilanciamento che i nostri hanno saputo raggiungere tra le diverse anime che compongono l’album: ogni traccia possiede una personalità ben definita, ma in un modo o nell’altro si collega a tutte le altre fino a creare un unicum fluido e vorticoso di stati emotivi complementari tra loro. Capita così che, anche nel mezzo di una bufera di riff tipicamente black metal, faccia capolino di tanto in tanto un fraseggio che contiene in sé un’aura di delicatezza e trasognato romanticismo che due terzi delle uscite simil gothic di adesso si possono solo sognare, mentre poco dopo un’inquietudine sottile e solo accennata che porta con sé trame dai profumi antichi e solenni viene dissipata da una calda melodia dal retrogusto epico, lasciando dietro di sé solo pace e serena contemplazione.

Tutto inizia con una melodia pacata e sognante che, vi anticipo già, incontreremo altre volte durante l’ascolto dell’album, più o meno mascherata, e che fungerà per certi versi da leitmotiv per la narrazione musicale dei nostri: “Cascadia” si distende serenamente per il primo minutino e mezzo, fluttuando leggiadra fra un arpeggio languido e una melodia eterea, salvo poi caricarsi di profumi sempre più decisi senza mai abbandonare del tutto il suo afflato estatico. “Ignifer” sembra iniziare allo stesso modo, ma la rollata marziale che ne spezza l'incanto apre la strada a una frustata black che si appropria, con le sue raffiche gelide, della prima parte della canzone. Il rallentamento centrale, pregno di una certa eroica maestosità, si adagia in modo quasi romantico sul gelido strato sottostante, accentuandone l’aura solenne prima della solitaria raffica che scompagina i giochi poco prima del finale più scandito. La successiva “Old Roots” torna ad alzare i giri del motore, vorticando violenta in un primo momento per poi cedere il passo a una brevissima pausa dal sapore quasi bucolico. La canzone prosegue così, centellinando schegge di emozioni grazie al sapiente amalgama di aggressione e maestà, e si permette il lusso di aggiungere, nell’accelerazione che apre la seconda parte del brano, una nota epica che, mentre accompagna l’ascoltatore fino alla chiusura improvvisa, le dona una suggestiva e sfolgorante profondità. “Translucent Stones” è un delicatissimo intermezzo strumentale dal retrogusto folk tutto giocato su un arpeggio tanto semplice quanto emozionante. La melodia si avvolge su se stessa, scivola e giocherella tra una nota e l’altra, tra una ripartenza e l’altra, riverberandosi nell’aria proprio come la luce rifratta da una pietra preziosa e sfumando, infine, nella melodia di “Twelve Miles to Live”. Qui, dopo un inizio che ancora profuma di folk, il terzetto ungherese esplode con una traccia più carica di pathos che affianca, a un approccio musicale vicino a un certo death melodico, una ricerca di atmosfere malinconiche screziate di disperazione latente. La canzone, nonostante qualche rapida accelerazione più nera, si sviluppa tendenzialmente su tempi medi, caricandosi di enfasi man mano che si procede col minutaggio fino alla chiusura più irosa. Una melodia inquieta e minacciosa ma non priva di una certa solennità apre “Into the Woods of Oblivion”; tempo un minuto e mezzo e quella che sembrava un’altra canzone malinconica si trasforma, invece, in una tempesta vorticante di malignità, screziata però da affascinanti inflessioni epiche. Il vento cala, la violenza si dissipa, ma la solennità drammatica dei nostri rimane, montando nuovamente alle spalle di un cantato rabbioso ma che si tiene in secondo piano, graffiando dalle retrovie per concedere alla musica il vero centro della scena. Il rallentamento apre le porte alla quieta poesia di fraseggi riverberati, sognanti, che in un attimo si velano di nuovo di minaccia e oscurità; la violenza sonora torna all’improvviso, ma anche stavolta si tratta di una sferzata fuggevole che si dissipa rapidamente, permettendo all’epica solenne del brano di impossessarsi del finale e chiudere in bellezza uno dei gioiellini dell’album. La traccia conclusiva, “Northern Wind”, si apre invece all’insegna della malinconia, con una melodia dolce e pacata che, pian piano, prende corpo guadagnando in pathos e gelida drammaticità. La voce raschiante resta anche qui in secondo piano, sottolineando solo questo o quel fraseggio prima di cedere di nuovo il posto al comparto strumentale. Pathos e dolcezza si contendono il pezzo, dando vita a un crescendo molto atmosferico che scorre facilmente per tutti i suoi sei minuti e mezzo e che sfuma in una melodia appena accennata giusto in tempo per la chiusura finale, contribuendo a porre il perfetto sigillo su un debutto che lascia il segno.

Poco tempo fa criticavo gli album-fotocopia privi di personalità e frutto solo di scelte di marketing; neanche a farlo apposta, ho il perfetto esempio per spiegare come si possa elevare un'idea non particolarmente originale grazie alla semplice classe e al feeling. Nonostante, infatti, i nostri non inventino assolutamente nulla – ormai le uscite di black atmosferico si sprecano – non mi vergogno a dire che “Oblivion” è stato una splendida sorpresa: l’esecuzione dei brani è ottima, gli strumenti si fondono in maniera impeccabile tra loro e le atmosfere che i Realm of Wolves creano risultano avvincenti senza per questo scadere nel facile patetismo fine a se stesso, anche (anzi, soprattutto) grazie al perfetto lavoro di stratificazione e sedimentazione delle emozioni che le compongono.
Tanta roba, gente: niente da dire.

 
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