Recensione: Obsidian Arc

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“Non c'è destino che non possa essere sormontato dal disprezzo”

Albert Camus – linea a margine del booklet di “Obsidian Ark

L'arca ossidiana, un involucro di lava solidificata color nero pece che può contenere al suo interno ogni oggetto immaginale, ogni specie vivente e ogni stato d'animo a dispetto della sua infinita oscurità superficiale, un mondo inesplorato. La leggenda biblica vuole che l'arca aiutò Noè a sopravvivere ai quaranta giorni di piogga, riportare la vita nel mondo sommerso e donare nuova casa agli abitanti del catafalco; così come Noè oggi i Pillorian, dopo la repentina fine del progetto Agalloch provano a partire da zero, con pochi punti in comune e molte idee da finalizzare in un percorso venturo che potrebbe regalare qualche sorpresa. Come tutti sanno il solo John Haughm è rimasto alla guida del timone insieme al bassista Parker (ex- Pathology) e l'attuale batterista degli Uada Metthews; la volontà di distaccarsi dal passato è una idea nobile, una necessità che non poteva fare altro che portare ad un disco identico in tutto e per tutto a ciò che oggi si ha tra le mani. “Obsidian Ark” diverso all'80% da tutto ciò che gli Agalloch hanno composto negli anni passati essendo più grezzo, diretto, rude, ma allo stesso tempo sognatore e visionario come il marchio di fabbrica vuole.

Sette canzoni che scavano nel profondo, dentro quegli angoli bui dove difficilmente riusciremmo a trovare la strada del ritorno, non c'è luce in questi cunicoli, non c'è calore né tanto meno alcuna sensazione piacevole. Gli echi delle foreste, il sentore folk che era perennemente presente in ogni uscita del “gruppo di prima” oggi va dimenticata, prendiamo questo disco con quel bagaglio storico-culturale che la scena Statunitense ha forgiato e impreziosito negli ultimi anni e stringiamo forte i plami delle mani. Tutto racchiuso in pochissimo spazio. L'iniziale 'By the Light of a Black Sun' ci introduce con un dolce arpeggio, tanto gentile quanto malinconico, aprendo le porte ad uno sgabuzzino fato di cenere e ricordi; non v'è violenza fine a se stessa, ma piuttosto un black metal decadente e crepuscolare dove le parti veloci vengono sempre accompagnate da una melodia finemente studiata. Le voci filtrare, i sussurri dal profondo che si mischiano con lo screaming così presente da essere quasi lì, di fronte a noi, a decantare quella che sarà una lunghissima notte insonne. 'Archaen Divinity' alza il tiro atraverso un riff portante incisivo e magistrale, così solenne e metafisico si insidia nei cunicoli di quei classici sospiri prima che una furia cieca fatta di blast-beat inondi il creato. La fredda e glaciale volontà di portare alla luce l'istinto più brutale e primordiale della propria creatività è insita in tutta la canzone. Sulla stessa linea compositiva troviamo la terza 'The Vestige of Thorns', che nel pur essere minuziosamente curata non va a discostarsi molto dalle prime due canzoni; la svolta si ottiene finalmente con la maligna 'Forged Iron Crucible' che può essere senza dubbio vista come la traccia più violenta di “Obidian Arc”. Bastano pochi secondi al quarto capitolo per buttarci in faccia quella dose di black metal primordiale e claustrofobico, alcuni accenni a quelle melodie provenienti dalla Svezia dei tempi antichi; certamente i classici stacchi acustici sono la costante del gruppo, ma in questo caso specifico tutto viene sormontato da una rabbia così rude che pare arrivare da una galassia lontana anni luce. 'A Stygian Pyre' evoca in alcuni passaggi gli Enslaved più grezzi, senza mai arrivare alla loro inattaccabile grandiosità, risultando uno dei picchi dell'intero disco è quel brano che pur essendo molto simile ai suoi fratelli si alza dalla media e diventa manifesto di questo nuovo percorso artistico. Il breve intermezzo strumentale 'The Sentinent Arcanum' non fa altro che introdurci a quello che potrebbe essere visto come l'apice compositivo di “Obidian Arc”; 'Dark is The River of Man' è praticamente perfetta, una canzone che porta in seno tutta la poetica di John Haughm: Sturm und Drang idealizzato in note, dove il pulito ci culla in questo mare così nero e così profondo devoto alla perdizione. Probabilmente l'essenza più oscura e decadente dei Pillorian qui esce senza vergogna, manifestandosi a pieno. L'assolo nella parte centrale, le linee di basso in retrovia, la timbrica scelta e il suo incedere tendente più al doom che al black vero e proprio forniscono in conclusione una chiave di lettura che porta il disco a non diventare un costante riciclo di idee; si potrebbe anche dire che sia la traccia più similare all'epoca Agalloch diventando la la conclusione perfetta, il brano che alza da solo la media del voto finale.

Obidian Arc” porta come unica grande pecca quella dell'avere quattro delle sei canzoni vere proprie poggianti sulla stessa sovrastruttura compositiva, al limite quasi del prevedibile; questo risultato non è figlio di pressapochismi fini a se stessi, ma semplicemente di una macchina ancora da oliare alla perfezione. Certamente, vedendo questo come il primo tassello di una carriera discografica, non si può che rimanere più che compiaciuti, ma letti i nomi sul booklet un lieve rimpianto rimane; chi cercava casa dopo la morte degli Agalloch rimarrà in parte deluso, chi sperava di sentire cosa la mente di John potesse partorire di nuovo e alternativo avrà moltissime sorprese. Questa è l'occasione per scoprire come dentro quell'arca di lava solidificata si celi silenziosa l'anima pura di un musicista con la M maiuscola.

 
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