Recensione: Old Scars, New Wounds

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A due anni dal “debutto”, la creatura degli ex Megadeth (sì, lo so: tutto il gruppo è formato da membri di band più o meno conosciute, ma il polverone mediatico maggiore è gravitato intorno ai nomi di Broderick e Drover, quindi non nascondiamoci dietro a un dito) torna sulle scene con il suo nuovo album, “Old Scars, New Wounds”, per tempestare i nostri padiglioni auricolari con pesanti dosi di thrash metal screziato di…beh, di qualcos’altro. Eh, sì, perché se è vero che la materia prima proposta dal gruppo losangelino è chiaramente inquadrabile come thrash, è altrettanto vero che tale materia viene ritorta ed imbastardita attingendo elementi da generi limitrofi quali il death melodico e qualche scheggia impazzita del cosiddetto metal americano moderno. Il risultato è un album che si diverte a dare un colpo al cerchio e uno alla botte, tecnicamente inappuntabile e molto attento ad ampliare al massimo il suo bacino di utenza strizzando l’occhio alle ultime generazioni di metallari cercando, al tempo stesso, di non perdere i veterani della vecchia guardia. Ecco quindi che a pesanti sfuriate si affiancano rallentamenti più vicini all’heavy classico, interrotti da arpeggi sinuosi e soffusi per poi cedere il passo alle tipiche architetture chitarristiche del thrash spezzate, a loro volta, da secchi stop & go, in un continuo andirivieni strumentale atto a sorreggere la voce di Bonner, capace di spaziare da un growl d’assalto a urla sofferte e vibranti ma alla lunga non particolarmente incisive, passando per trame vocali più sottili e maligne, a tratti quasi irridenti, e uno scream simile allo Shagrath dei tempi d’oro.

L’inizio è di tutto rispetto: “M.I.A” irrompe con un classico rifferama da thrash vecchia scuola, salvo poi svolgersi in modo più moderno, tra ritmiche scandite ed insistenti ma anche piuttosto agili e un lavoro di chitarre molto presente e grasso. “Molten Core” inizia già a picchiare di più, con un andamento furente tipicamente thrash e un cantato isterico. Il rallentamento centrale apre la strada per il solo prima di tornare nel magico mondo della rabbia e traghettare l’ascoltatore fino alla successiva “Overexposure”, dall’incipit scandito e inesorabile. La traccia, in seguito, si sviluppa concentrando la sua attenzione sull’uso della melodia, sia durante la strofa che, soprattutto, durante il ritornello, ma è qui che si inizia a percepire quell’andamento cerchiobottista a cui accennavo poco fa, con il gruppo che saltella tra un sottogenere e l’altro per non scontentare nessuno. Intendiamoci: la traccia è giustamente carica e anche piuttosto robusta, ma qui più che altrove si inizia a percepire un leggero sentore di furbata che potrebbe far storcere più di un nasino. Un morbido arpeggio apre “The Talisman”, traccia dall’incedere malinconico che si irrobustisce pian piano senza perdere il suo alone di sofferenza. Purtroppo la canzone non decolla mai, troppo indecisa sulla strada da prendere, e solo l’incursione strumentale che prelude il solo ne solleva a mio avviso le sorti. Con “Lullaby of Vengeance” i nostri alzano il tasso di aggressività e puntano su soluzioni più nervose, confezionando un brano robusto e frastagliato, impreziosito da pesanti e quadratissime accelerazioni ma dal retrogusto finale quasi rock che si avverte anche nella successiva “Circle of Ashes”, in cui però si sconfina più facilmente nei territori del death melodico. La carica aggressiva si mantiene alta per tutta la canzone, anche grazie a una sezione ritmica insistente e ben indirizzata, ma si screzia di melodia durante il ritornello. Si prosegue con “Reborn”, che continua la distribuzione di mazzate senza sosta e senza perdono ma che, alla fine, risulta una traccia fin troppo lineare e anonima, colpa forse di un andamento sì furibondo ma che puzzicchia di già sentito da lontano un chilometro. Di tutt’altro avviso è la successiva “Conspiracy of the Gods” che, mescolando echi quasi slayeriani al classico andamento sentito finora e condendo il tutto con un paio di cambi di atmosfera al momento giusto, confeziona una traccia decisamente arrembante e isterica, solida e molto ben bilanciata. Con “Another Killing Spree”, brano granitico e insistente, si continua a picchiare mescolando, però, la ricerca di un certo groove alla carica marziale del gruppo, mentre “Broken Dialect” si diverte a giocare con le emozioni inserendo nell’amalgama muscolare dei nostri dosi abbondanti di melodica malignità. Il risultato è una traccia in cui una cert’aria malinconica si frappone alle rapide sfuriate a cui i nostri ci hanno abituato ma che, come del resto già capitato in “The Talisman”, non riesce a trovare la quadratura del cerchio, risultando a mio avviso un semplice collage di materiale buono ma incompiuto. Il finale sfuma nella conclusiva “Rise of Rebellion”, in cui i nostri proseguono nel loro cammino, alternando sapientemente le solite bastonate sonore e passaggi più soffusi e distesi, aggiungendo però un certo gusto per la solennità: la carica anthemica del brano si percepisce in vari momenti e raggiunge il suo apice durante l’agguerrito, e a suo modo declamatorio, ritornello.

Al termine del primo ascolto di questo “Old Scars, New Wounds”, devo ammettere di essermi domandato: ma è già finito? Sì, perché sebbene l’album duri una cinquantina di minuti scorre che è una bellezza, con canzoni ben fatte, godibili e strumentalmente inappuntabili. Eppure…eppure c’è qualcosa che non funziona fino in fondo, e dopo diversi giorni di ascolto assiduo dell’album non mi è rimasto poi molto. Certo, come valore assoluto “Old Scars, New Wounds” è sicuramente un gran bell’album: agguerrito e arcigno, dal taglio moderno e dalla produzione coatta il giusto, ma superato il primo periodo di esaltazione si tornano a percepire, seppur in misura minore, gli stessi problemi che hanno afflitto il suo predecessore.

 
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