Recensione: On Her Journey to the Sun

Di Lorenzo Maresca - 1 Giugno 2017 - 10:00
On Her Journey to the Sun
Etichetta:
Genere: Progressive 
Anno: 2017
Nazione:
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78

Dopo lo scioglimento dei Beardfish nel 2016 il frontman Rikard Sjöblom non è certo rimasto con le mani in mano e, appena un anno dopo aver lasciato la sua band principale, è tornato a farsi sentire con il progetto Rikard Sjöblom’s Gungfly. Artista prolifico come pochi, Rikard era già impegnato su diversi fronti anche quando faceva parte dei Beardfish, lavorando prima alla sua carriera da solista, poi suonando con i Big Big Train (a partire dal 2014) e, appunto, con i Gungfly, band attiva dal 2009. On Her Journey to the Sun è il terzo album di quello che si avvicina più a un progetto solista del polistrumentista svedese che a un gruppo in senso classico.
Se conoscete la personalità musicale di Rikard Sjöblom, in modo approfondito o anche solo in parte, potete già farvi un’idea di cosa vi riserverà questo nuovo lavoro: su tutto il disco domina in modo più o meno evidente l’influenza del progressive rock inglese degli anni Settanta: l’immancabile organo hammond fa la sua comparsa in gran parte dei brani, accompagnato da un basso il cui suono riporta alla mente quello del grande Chris Squire degli Yes. Altra influenza importante sono i Gentle Giant, che vengono richiamati qua e là non tanto nei loro contrappunti vocali quanto nei particolari riff della chitarra, un po’ barocchi ma delicati e piacevoli al tempo stesso, come si può sentire in “Old Demons Die Hard”. Non mancano, poi, le influenze di un gruppo imprescindibile in questo genere come i Genesis, omaggiati in modo particolare nella traccia d’apertura, “Of the Orb”, che parte con un’introduzione alla “Supper’s Ready”, con tanto di citazione di “The Cinema Show” nel testo, e inserisce, nella parte finale, un scambio di assoli tra tastiera e chitarra molto vicino a quelli di Tony Banks e Steve Hackett. Certo, le coordinate sono sempre quelle, si recuperano i mostri sacri del genere per costruire un sound sicuramente coerente e ben amalgamato, ma che purtroppo non spicca per la modernità delle soluzioni; insomma, uno sguardo al presente non guasterebbe. Ciò non toglie che la qualità del disco rimanga su alti livelli dall’inizio alla fine, in più si apprezzano la produzione cristallina, la performance dei musicisti e, soprattutto, l’ottima voce di Rikard Sjöblom, sempre calda e morbida.
Per quanto riguarda i singoli brani, nonostante siano tutti pregevoli, sembra che i risultati migliori siano arrivati con i pezzi un po’ più concisi, che riescono a trasmettere meglio le idee di partenza. Pensiamo ad esempio a un brano come la title track, che mostra delle solide melodie figlie di un songwriting ispirato, motivi che rimangono impressi in poco tempo, distinguendosi subito tra gli altri. Non è da meno “He Held an Axe”, brano semi acustico incentrato sugli arpeggi della chitarra, anche questo relativamente breve ma tra i più raffinati di tutto il disco, forse il preferito di chi scrive. Tuttavia nel progressive il rischio di diventare prolissi è sempre dietro l’angolo, e in un’ora e un quarto di musica alcuni episodi in effetti finiscono per essere un po’ dispersivi. Lo si nota più che altro nella già citata “Of the Orb” e nella strumentale “Polymixia”, che dopo una prima parte molto suggestiva e un pregevole assolo di piano che strizza l’occhio al jazz tende a perdersi nella seconda parte. Al contrario, un pezzo come “The River of Sadness” (vera conclusione dell’album se escludiamo il breve outro successivo) alterna le diverse sezioni senza stancare, forte di un ritornello ben riuscito ed emozionante, fondamentale per mantenere viva l’attenzione dell’ascoltatore in un brano di dodici minuti.

Tanti pezzi di qualità dunque, tasselli che vanno a comporre un viaggio musicale ben strutturato e non una semplice raccolta di canzoni, caratteristica sempre apprezzata e particolarmente importante in un disco progressive. Gli aspetti un po’ meno convincenti sono gli stessi che si possono riscontrare in tanti altri dischi di questo genere, ovvero un legame a volte troppo stretto con la musica degli anni Settanta e una durata complessiva del disco che rischia di stancare in alcuni momenti, ma ne abbiamo già parlato. Se mettete subito in conto questi elementi (e in fondo non è detto che siano per tutti dei difetti) nulla vi impedirà di godervi il nuovo album dei Gungfly, che rimane comunque un lavoro più che valido, molto curato e davvero coinvolgente in alcuni episodi, consigliato senza dubbio a chi ama le diverse band che, a cavallo del nuovo millennio, hanno riscoperto il lato più vintage del progressive.

 

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