Recensione: On Light and Wrath

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Secondo album per i portoghesi Enchantya, che a sette anni dal precedente “Dark Rising” si ripresentano al loro pubblico con una formazione quasi completamente rinnovata (ad eccezione della sola cantante Rute). La materia prima che compone questo “On Light and Wrath” si può riassumere in un gothic metal sinfonico dalle inflessioni prog, il tutto sormontato dalle variazioni vocali di Rute Fevereiro che passa – non sempre con ottimi risultati – da vocalizzi quasi operistici alla pesantezza del growl, senza dimenticare le sue incursioni nel cantato più beffardo e sfacciato. Il risultato è un album dinamico ed accattivante, dalle melodie intense e i ripetuti cambi di atmosfera che ricorda, dal punto di vista strumentale, una via di mezzo tra ultimi Nightwish, Epica e i Within Temptation dello scorso decennio. Nonostante i tre quarti d’ora abbondanti di durata, poi, “On Light and Wrath” scivola fuori dalle casse piuttosto agilmente senza languire o impantanarsi nei pericolosi acquitrini dell’autocompiacimento, esibendo una bella immediatezza che però, alla lunga, costituisce anche il suo maggiore limite. A parte qualche occasione, infatti, in cui i nostri restano concentrati e fanno le cose proprio per bene, ho percepito qua e là la mancanza di quel focus che permettesse a "On Light and Wrath" di stamparmisi in testa. Certo, sulla carta gli elementi per creare un album coinvolgente, longevo e di spessore – canzoni solide, melodie accattivanti ma non banali, una prova strumentale molto elegante e funzionale allo scopo senza inutili spacconate e una voce che, almeno nei toni puliti, mette in mostra una bella tenuta – ci sono tutti, ma al momento della prova dei fatti qualcosa viene a mancare: di tanto in tanto, infatti, alcune canzoni sembrano girare a vuoto, in cerca della giusta idea per far ripartire il meccanismo. In aggiunta, ma questa è solo una mia rimostranza personale, la situazione peggiora nei momenti in cui Rute fa sfoggio della sua voce aggressiva, che non riesce a donare la profondità sperata all’amalgama affossando spesso il tutto con una resa a mio avviso troppo piatta e spesso fuori contesto.

On Light and Wrath” inizia con la melodia vagamente oldfieldiana di “Turn of the Wheel”, intro strumentale d’ordinanza al cui termine arriva “Last Moon of March”. Qui le caratteristiche del gruppo si mettono subito in mostra, tra chitarre arcigne, melodie ariose e ritmiche compatte. L’intermezzo narrato apre la strada all’assolo sognante e a una nuova sventagliata più robusta e vorticosa, mentre il finale sfuma in “The Beginning”. L’apertura è diretta, concentrata, ma ancora una volta le harsh vocals appiattiscono il risultato finale, togliendo stabilità al buon lavoro svolto dal resto del gruppo. Per fortuna i cori arrivano a mettere una pezza, sorreggendo i ringhi di Rute tra un vocalizzo più soave e l'altro, mentre i fraseggi di chitarra dal retrogusto mediorientale donano flessuosità alla traccia. Con “Poet’s Tears”, introdotta da una bella sfuriata strumentale, i nostri si giocano la carta delle melodie d’impatto, costruendo il giusto climax che esplode poi in un ritornello telefonatissimo ma incredibilmente accattivante. Il gioco di voci stavolta funziona discretamente, sfaccettando ulteriormente una traccia che, per parte sua, rimbalza tra melodie zuccherose e torve sferzate. Un inizio ugualmente ruvido caratterizza “Near Life Experience”, che poi si distende su velocità e toni più compassati. Anche qui la canzone gioca con atmosfere diverse, inserendo nell’amalgama spunti trionfali, passaggi malinconici e sporadiche sfuriate, confezionando un pezzo sinuoso e suadente che sfuma poi nella successiva “Alma”, un intermezzo raccolto dai toni sereni e sognanti che disperde intorno a sé pace e armonia. Una ritmica marziale apre “Downfall to Power”, che si carica immediatamente di una bellicosità trionfale e cafona. Il pezzo si mantiene su ritmi medi, rallentando nell’incursione centrale per indulgere in una certa rilassatezza e tornare, poi, a farsi insistente nel finale coronato dall’intervento narrato. Toni languidi caratterizzano invece “Hide Me”, che incede inizialmente come la classica ballatona. In realtà il pezzo si carica, dopo questa falsa partenza, di toni beffardi e ritmi incalzanti, mettendo in mostra degli interessanti sbalzi umorali nel suo passare senza apparente soluzione di continuità dalla maestosità all’irrisione, alla calma e alla minaccia, confezionando così una traccia gustosamente schizoide e dal tiro molto azzeccato. “Deception (Since You Lied)” fluttua timidamente nell’aria, dispensando melodie romantiche in cui è impossibile non riscontrare una certa somiglianza con i Within Temptation. Anche stavolta, quella che in un primo momento sembrava la classica ballata senza infamia e senza lode si profuma invece di un’inquietudine piuttosto marcata nella seconda parte, che le dona una bella rotondità; nell’ultimo terzo si torna nei ranghi con l’alzata di tono e il ritorno delle melodie romantiche che avevano caratterizzato la prima metà, chiudendo idealmente il cerchio su un pezzo piuttosto intrigante. Un coro solenne apre “Once Upon a Lie”, in cui si continua a sentire il profumo della band di Sharon den Adel, o almeno fino all’ingresso della sfuriata strumentale che scompagina le carte, sorretta da (stavolta sì) un bel growl pieno e potente. Il pezzo prosegue affiancando passaggi lenti e distesi a rapide sfuriate, cui fanno da contrappunto svolazzi chitarristici molto ben calibrati che donano al tutto la giusta maestà. Il rallentamento che apre l’ultimo quarto stempera la furia con atmosfere crepuscolari, dilatate, fungendo da ideale tappeto sonoro per l’intervento narrato di Rute che chiude il tutto. Il compito di porre il sigillo su “On Light and Wrath” spetta all’articolata “From the Ashes”, che fin da subito si mette d’impegno con un andamento propositivo e al tempo stesso sinuoso mescolando riff cafoni, melodie esotiche ed improvvisi sprazzi trionfali. Anche in questo caso le harsh vocals fanno il loro sporco lavoro, punteggiando la canzone dove necessario. L’intermezzo centrale impenna la maestosità della traccia aprendo la strada al solo, per poi tornare al continuo gioco tra la melodia solare e l’aura minacciosa che si contendono il finale.

Tirando le somme “On Light and Wrath” è sicuramente un buon album: scorrevole, molto ben suonato, dinamico e con un buon tiro, ma non sempre il sestetto portoghese riesce a sfruttare le sue qualità. I pezzi migliori si addensano nella seconda metà dell’album creando un buon climax, ma non posso far a meno di pensare che più di una traccia sembri priva della giusta messa a fuoco, andando così ad inficiare la memorabilità dell'opera complessiva nel lungo periodo.

 
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