Recensione: On We Sail

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Quinto studio album per il trio delle meraviglie The Samurai of Prog, a un solo anno di distanza dal precedente Lost and found. La band esiste dal 2009 come progetto nato da un’idea del bassista italo-finlandese Marco Bernard, affiancato dal polistrumentista sttunitense Steve Unruh e il batterista finnico Kimmo Pörsti. Non mancano, ovviamente, una valanga di ospiti più e meno noti in mabito progressive e anche in On We Sail la lista è chilometrica. L’artwork potrebbe essere la copertina di un album power metal, ma non lasciatevi ingannare.

L’opener ci accoglie con un hammond d’antologia. La voce di Steve Unruh ricorda quella di Nad Sylvain e Fish, il refrain è melodico e solare, per il resto dominano i sintetizzatori, nessuna traccia invece di chitarre (la loro presenza centellinata è marchio di fabbrica dei Samurai), tuttavia ci pensa Marco Bernard al basso a corroborare il sound. In definitiva un primo brano caleidoscopico, ma un filo derivativo, Neal Morse è dietro l’angolo e non solo lui. Le cose vanno meglio con la seguente “Elements of Life”, con la presenza di fiati, chitarre elettriche e un incedere imprevedibile ricco di variazioni e tempi dispari. L’assolo stellare di tastiera a metà brano farà la gioia degli adepti di Jordan Rudess e amici; convincono meno, invece, le parti vocali cadenzate che riecheggiano gli Yes. Un brano con lampi entusiasmanti, in definitiva, ma non un capolavoro.

Violino imbizzarrito all’avvio di “Theodora” (canzone tributo all’imperatrice bizantina del VI secolo?). Non si può non pensare ai Kansas, ma le prime parole sono scandite dalla voce fatata di Michelle Young (famosa per la sua militanza nei Glass Hammer e la sua partecipazione al progetto Leonardo di Trent Gardner). Il pezzo prosegue con momenti che ricordano pure i compianti Beardfish. Divertita e godibile la strumentale “Ascension”, a metà tra i The Tangent e gli An Endless Sporadic. “Ghost Written” è un refrigerio sonoro con diverse impennate solistiche, un brano toccante degno degli Unitopia (non a caso al microfono c’è l’ex Mark Trueack) I quasi dieci minuti di “The Perfect Black” non annoiano nemmeno lontanamente, ma compongono un ritratto sonoro dei più variegati e sublimi. Impossibile enumerare le tante influenze musicali sciorinate senza soluzione di continuità, dai Seventies a Jordan Rudess, con momenti di assoluta originalità e mutevolezza d’umori. Notevoli anche gli ultimi tre pezzi in scaletta. “Growing Up” è un breve song jethrotulliana, bucolica e folk. Si ascolta con piacere anche il momento per pianoforte solista “Over Again”, un disco prog può vivere anche di musica tonale per qualche attimo, a maggior ragione se a chiudere il cerchio troviamo un’altra mini suite , “Tigers”, che stupisce per un drumwork quadrato e gli assoli chitarristici di Brett Kull (Echolyn).

Che dire? On We Sail è un album eclettico e dalla longevità ragguardevole, valore aggiunto di ogni album prog che si rispetti. Niente di originale, sia chiaro, ma tutto scorre piacevolmente e anche la produzione convince nel trattamento dei suoni, dimostrandosi equidistante sia da una fredda ipermodernità, sia da sterili retaggi retrò. Tra le migliori uscite prog. rock dell’anno insieme a Cast e The Tangent.

 

Roberto Gelmi (sc. Rhadamanthys)

 

 
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