Recensione: One For Sorrow

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Il cielo limpido si ammanta delle languide fiammate del sole al tramonto, l’ozono frigge nelle narici correndo sull’orlo delle onde frangenti, la brezza pungente accarezza le membra e i capelli, il crepuscolo incombe e con esso il tempo dei sogni: è il momento, finalmente, degli eroi, dei titani, degli uomini che non hanno paura del pianto. È il momento degli Insomnium.  

Se il precedente lavoro in studio, “Across the Dark” (2009), poteva sembrare come un punto d’arrivo, nella carriera dei finlandesi, il nuovo album, “One For Sorrow” – il quinto della serie – , dimostra inequivocabilmente che nel campo dell’arte non si può dare nulla per scontato: un’ulteriore, imprevista, 'impossibile' maturazione è avvenuta, consentendo pertanto ai quattro di Joensuu di lambire, se non addirittura attraversare, i limiti del capolavoro.

La straordinaria vena creativa da cui Niilo Sevänen e i suoi compagni hanno attinto a piene mani sembra davvero non smettere di pulsare nemmeno un secondo, durante il lungo tragitto nei reami della fantasia le cui tappe coincidono con le canzoni di “One For Sorrow”. La qualità del songwriting è al massimo livello possibile: in cinquantatré minuti di musica non c’è neppure un attimo d’indecisione, un frammento stonato, un appiglio per la noia. Ogni song è un viaggio nel viaggio, un goloso frutto da gustare tutte le volte che si vuole senza che si provi neppure un accenno di nausea. Inoltre, ed è qui che a parere di chi vi scrive c’è la dimostrazione della grande classe posseduta dagli Insomnium, i brani – tutti – entrano immediatamente in circolo per via della loro totale accessibilità lasciando però in bocca tanta voglia di ascoltarli di nuovo, di continuo, entrando così nel roteare delle caleidoscopiche emozioni dell’Insomnium-sound.

Insomnium che non sono mai stati dei paladini del death brutale e che, anche in quest’occasione, non si smentiscono certamente. Anzi, se il rombo scaturito dal vibrante growling di Sevänen mantiene intatto in qualche modo il legame con il metallo della morte, il resto dell’impianto sonoro appare ormai spostato verso una spettacolare miscela fra il gothic metal duro (quello in auge a metà degli anni ’90: Paradise Lost, per intendersi) e le ariose armonie del viking (Moonsorrow, soprattutto) che, insieme, rendono il sound del gruppo inequivocabilmente scandinavo. Un insieme possente e fragoroso, comunque. Ville Friman e Ville Vänni si sobbarcano una gran quantità di lavoro, riffeggiando fra le pieghe di almeno vent’anni di storia metallica; tirando fuori dal manico delle loro chitarre una quantità pressoché infinita di stupende armonizzazioni, a volte cristallizzate in diamanti d’indiscutibile purezza quando le orchestrazioni di cui è pregno “One For Sorrow” raggiungono vette d’incommensurabile bellezza. Cioè, spesso e volentieri.  
 
In una sorta di ragionamento al contrario, non si salva nemmeno un brano del platter. Nessuno, dall’essere baciato dalla maestria di Euterpe. Dopo l’opener strumentale “Inertia”, “Through The Shadows” è la dimostrazione lampante del livello raggiunto dagli Insomnium come creatori di note. L’ampio ritornello della song, intriso di melodia ed epicità sino al midollo, s’inchioda immediatamente nella parete cranica diventando un frequente richiamo, quando il pensiero fluttua poi nell’etere. E questo è niente! Subito dopo, la mostruosa “Song Of The Blackest Bird” si autoproclama quale manifesto del metal arrotolato attorno al Circolo Polare Artico. L’incedere è ammantato di una visionarietà assoluta: infiniti colori cozzano fra loro nella tavolozza dell’immaginario, elargendo sensazioni talmente intense da diventare fisiche. Come nel sinfonico super-finale di “Every Hour Wounds” (episodio... stellare!), quando il tremore interiore diventa commozione, alimentato da una stupefacente armonia; o, anche, fra i petali dei delicatissimi ceselli della chitarra solista in “Only One Who Waits”, possente nella sua intelaiatura a doppia cassa pari a quella di “Unsung”. Qui, inoltre, si manifesta in tutto il suo valore l’indistruttibile connubio fra il maestoso vigore e l’incontenibile musicalità dell’Arte Primigenia. La dolce carezza dello struggente arpeggio della strumentale “Decoherence” è quello che ci vuole, per riprendersi dalla forza di “Every Hour Wounds”; anche se si aggiunge emozione a emozione. “Lay The Ghost To Rest”: i chitarroni in stile “Icon” (1993, Paradise Lost) tirano su, nuovamente, il languido ritmo più caratteristico dello sludge ma come sempre Sevänen (stavolta in clean) e soci arabescano in modo unico ciò che – se non fosse per il loro talento – sarebbe ordinaria amministrazione. La leggenda che si respira in “Regain The Fire” rende visibili, sullo sfondo della creatività, i più reconditi anfratti perduti fra i mille laghi della Finlandia. “One For Sorrow”, la title-track, in chiusura, alimenta il cerchio magico che impone di ricominciare daccapo, e subito, l’ascolto di questo fenomenale full-length. I brividi corrono rapidi lungo la pelle e i peli si rizzano, come durante la risposta a un impulso primitivo che vuole l’Uomo immerso nella Natura come diecimila anni fa.

Davvero arduo trovare un difetto in “One For Sorrow”. Gli Insomnium sono tecnicamente irreprensibili, ottimi esecutori e, soprattutto, lodevoli compositori. Centrato, inoltre, anche lo stile, ora sì definito da decretarne l’unicità. Un lavoro sopra i generi, le mode e le tendenze. Plasmato per rimanere, per sempre, nei cuori che battono rintocchi d’acciaio.

Daniele “dani66” D’Adamo


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Tracce:
1. Inertia 3:43
2. Through The Shadows 4:31
3. Song Of The Blackest Bird 7:29
4. Only One Who Waits 5:17
5. Unsung 5:04
6. Every Hour Wounds 5:25
7. Decoherence 3:18
8. Lay The Ghost To Rest 7:46
9. Regain The Fire 4:27
10. One For Sorrow 6:07    

Durata 53 min.

Formazione:
Niilo Sevänen – Voce, basso
Ville Friman – Chitarra
Ville Vänni – Chitarra
Markus Hirvonen – Batteria

 
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