Recensione: One Last Ride

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E così, dopo 15 anni di carriera, il quinto capitolo discografico segna l’epilogo dei Chrome Division, heavy rock band norvegese tra le cui fila milita Shagrath (frontman dei Dimmu Borgir), qui alla chitarra. Nati come un vero e proprio side project, i Chrome sono ben presto diventati un punto di riferimento per chi si nutre di sonorità tipicamente 80s, ma che non si limitano soltanto a porre il giusto tributo a mostri sacri quali i Motorhead, sfogando una indubbia capacità compositiva disco dopo disco, con canzoni che sono in grado di entrarti subito in testa e catapultarti in mezzo alla strada, come se fossi un “prospect” venuto fuori da Sons of Anarchy. Il primo cantante Eddie Guz è stato richiamato in causa e la sua voce roca aggiunge quel gusto grezzo e crudo che ci saremmo aspettati, soprattutto preparandoci a dire addio al combo norvegese, aspetto però leggermente perso con una produzione molto pulita, che se da un lato non impasta il sound complessivo, dall’altro lo rende troppo nitido, in parole povere distante da quel rozzo on the road che avrei preferito.

 

La scorribanda, molto probabilmente davvero l’ultima, comincia nel modo più logico possibile, ovvero con canzoni dal piglio molto diretto, alle quali non piace girare intorno al discorso. Ti arrivano addosso e ti passano sopra, in alcuni casi fin troppo timidamente. Finalmente entra in gioco Back In Town e le cose si fanno serie, questa è la vera essenza del rock ‘n whiskey dei Chrome Division, il tutto condito da un assolo di chitarra da gustare tutto d’un fiato. Gli altri brani si confermano essere funzionali, ovvero suonano esattamente come dovrebbero fare per soddisfare i gusti dei die hard fans della band e del genere, mentre gli altri spalancheranno le orecchie all’arrivo di Staying Until The End, un brano che comincia, si sviluppa e prosegue alla grande. Ascoltatelo a raffica. La successiva This One Is Wild è figlia illegittima di una notte di baldoria tra i Van Halen ed i Motorhead, ma non per questo va scartata, tutt’altro. Infine la title-track serve sul piatto un bellissimo riff e contribuisce a portare il livello del disco su terreni più interessanti di quanto già non fosse, includendo anche un saluto ai fan ed ai compagni di scorribande. A chiudere il disco ci pensano la più frenetica We Drink e l’outro Towards The Unknown, una riflessione che ci fa già rimpiangere che questi 5 dischi siano volati così in fretta. E mentre il ruggito della moto si affievolisce in lontananza, sappiamo già che il prossimo ascolto sarà più emozionante.

 

Tolto il lato emotivo di una release anticipata come l’ultima della band – o side project che sia – One Last Ride è un buon album di heavy rock con sfumature marcatamente rivolte a Motorhead ed altri grandi con qualche decennio in più sulle spalle. Non suona privo di idee, ma patisce una produzione che non valorizza il vero mood del gruppo, aspetto invece più apprezzabile nei primissimi lavori e ambito in cui avrei nettamente preferito un sound più grezzo, tanto da farmi realmente sentire l’odore di un vecchio pub traboccante whiskey e motociclisti pronti a scatenare una rissa. One Last Ride rappresenta davvero l’ultimo giro, quello che vorresti non arrivasse mai e che ci farà rimpiangere una band che avrebbe potuto dire la sua in altre occasioni e con un pizzico di convinzione in più.

 

Brani chiave: Back In Town / Staying Until The End / One Last Ride 

 
70