Recensione: Ordeal

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Ordàlia (o ordalìa) s. f. – Termine nato nel medioevo europeo per indicare il «giudizio di Dio», e cioè ogni prova rischiosa (per es., del duello, dell’acqua bollente o fredda, del ferro rovente) alla quale veniva sottoposto un accusato, e il cui esito, considerato come diretta manifestazione della volontà divina, era determinante per il riconoscimento dell’innocenza o della colpevolezza dell’accusato stesso.

Enciclopedia Treccani

 

REALTA’ OLOGRAFICA

David Bohm, celebre fisico e filosofo, rivoluzionò la concezione moderna del mondo sotto un aspetto prettamente olistico suggerendo come il mondo in quanto tale non è altro che un ologramma. La percezione del presente è una parte del totale che fondamentalmente è vuoto. Il modello olografico si basa sul concetto di informazione globale che lega una parte al tutto: la parte dell’attuale che si sta vivendo diventa un ologramma del tutto, in quanto contiene al suo interno una rappresentazione globale dell'insieme da cui tutto deriva. Questo implica una relazione informativa continua, coerente e dinamica tra la singola parte e il vissuto visto nella più grande estensione; ciò che eravamo è ancora l’ora che sarà per sempre il futuro. In conclusione, ogni singola particella subisce e trasmette informazioni ad una qualsiasi altra particella, che sia a pochi millimetri o a migliaia di chilometri.

Basandoci su questo concetto, ognuno di noi paradossalmente il 24 Gennaio 2015 era a Turku durante la registrazione di Ordeal, quella sera gli Skepticism hanno trasmesso a noi le loro parole, le musiche di quella notte ed oggi finalmente le particelle si sono mostrate nella loro interezza, creando un misero oggetto fisico quale un cd, un vinile o un lettore mp3 che ci offre la benevolenza di poter ascoltare questo nuovo gioiello incastonato negli atomi del tempo immortale. A sette anni di distanza dal precedente Alloy, i padrini sono tornati componendo probabilmente l’opera più ambiziosa della loro intera carriera; un album che si può definire ambivalente: un “live” che funge da “studio album” e vice versa. Proposto per la prima volta senza anticipazioni quella notte di gennaio, il quinto album ufficiale è nel vero senso del termine un’ordalia, dove a giudizio divino non v’è un ipotetico Dio, ma solamente un pubblico desideroso di accarezzare minuto dopo minuto questa sfida al limite dell’impensabile.

 

UN SILENZIO ASSORDANTE

Quando un album non necessita di molte spiegazioni, di parole spese al vento e le tue coordinate grammaticali faticano ad entrare in sintonia con le parole, rimane solo un grande vuoto, un silenzio speso a buon fine per sottolineare l’immensità d’un opera tanto ambiziosa quanto semplice nel suo essere. Ordeal in fin dei conti non è altro che la summa di una carriera che ad oggi sicuramente non vuole né migliorare né peggiorare quanto fatto in precedenza,  desidera solamente lasciar risplendere l’infinita vastità a cui potersi allacciare per applaudire le mani ad una band storica, a dei musicisti strepitosi, in grado di concretizzare una sfida unica nel suo genere viste le musiche di non facile accessibilità ed esecuzione. Gli Skepticism hanno mantenuto il silenzio, un rigoroso silenzio che è diventato un boato a conclusione di quel 24 gennaio, echi indissolubili si staglieranno da qui ad anni di distanza per ricordarsi come si suona doom con i “contro testicoli” solamente nel momento stesso in cui si è presa coscienza delle potenzialità sul campo. Le canzoni sono lunghe, di difficile assimilazione, nella loro eterna profondità non lasciano molto spazio a fraintendimenti di alcun tipo, si subisce e si loda la musica nella sua veste più oscura. I padrini sono tornati e ad oggi lo fanno meglio di chiunque altro. Se l’inizio è affidato ad due canzoni, tanto gentili quanto maligne con testi da pelle d’oca, è col il passare dei minuti che comprendi la forma fisica dell’abisso; You e The Departure sono due brani che entrano nel profondo, creano un solco eterno e rimangono li, come spine nel fianco a ricordarti che i sorrisi qui non sono i benvenuti, l’oscurità regna sovrana. La successiva The March incomplete  è un cammino lungo le agonie delle tenebre con uno stacco centrale in pulito è da mozzare il fiato; minuti su minuti su minuti e ancora minuti che lentamente si accavallano, si corteggiano per non lasciarti mai perdere l’attenzione; brami la scoperta del successivo cambio di tempo come null’altro al mondo. Una delle cose che più salta all’udito di un avvezzo al sound made in Skepticism è la corposità delle tastiere, che oggi più che mai hanno assunto un ruolo ancora più centrale all’interno della composizione dei finlandesi, sono la marcia decadente che completa la gerarchia delle sofferenze: il tuo ologramma è li con loro, ma tu non può ascoltare, sei fuori da quella zona d’elite che porta in seno l’essenza del doom.

Immergersi dentro Ordeal, pur senza avere la possibilità di essere stati presenti a Turku, è la testimonianza di come basti veramente poco ad un produzione intelligente e senza fini commerciali per creare la magia da un microfono; ogni singolo strumento è così vivo ed organico che ipoteticamente è li, a pochi centimetri dal tuo naso, impalpabili e gentili risuonano la marcia funebre per la caduta finale dell’uomo. Merito ulteriore per Matti con un prestazione vocale che fa rabbrividire e rapisce ad ogni singolo growl, profondo e cavernoso a tal punto da non riuscire a quantificare la nota dell’intonazione, si basa sul fattore apocalisse che solo lui riesce a raggiungere facilmente senza impegno, ma con una determinazione ed una bravura per pochissimi eletti.

Le sei canzoni nuove, proposte per la “prima” si concludono con The Closing Music, un inno alla distruzione, una preghiera per la musica stessa dove tutto finisce, tutto si annebbia, tutto diventa senza materia ed il silenzio scandito dagli applausi è l’unica cosa che rimane dopo quasi un’ora di immensità. Le due tracce finali (Pouring e The March and the Stream) pur non facendo parte di Ordeal, sono presenti all’interno del cd audio come racconto dell’intera serata, la chiusura del cerchio dove un ipotetico paragone tra l’oggi, l’utopico futuro e il passato che non morirà mai: Stormcrowfleet ed Ethere sono due monumenti che vengono leggermente ripresi per ricordarci come da oramai da vent’anni nessuna accusa può essere rivolta agli Skepticism, tranne quella di lasciarci sempre per molti anni, in trepidante attesa per un nuovo capitolo.

 

AURORA BOREALE

Dopo i settantasette minuti Ordeal muore, il pubblico porta la sentenza in seno e non rimane altro che un applauso, segno indiscutibile della riuscita del concerto, della serata, di un nuovo album immenso nella discografia della band. Fuori il buio attanaglia la Finlandia, in alto l’ aurora boreale svetta suprema, così questo quinto sigillo è la luce lontana che non si può raggiungere per salvarsi in mezzo al buio più totale dove il ghiaccio uccide dentro ed il giorno non sorge per timore di disturbare la bellezza dell’atmosfera creatasi. Un album immenso che si può ascoltare decine, decine e decine di volte senza mai stancarsi, senza proferir parola, allacciandosi stretti all’unica possibilità di salvezza, che nel bene o nel male finisce. Grazie Padrini, per un ennesimo splendido capitolo.

 
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