Recensione: Otherwordly

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Terzo lavoro sulla lunga distanza per i liguri Lucid Dream, che con “Otherworldly” tornano a farsi sentire dopo i convincenti “Cosmos11” del 2011 e “The Eleventh Illusion” del 2013, già ampiamente esaminati su queste pagine. Coerenti con il loro percorso artistico, i Savonesi fondano la loro proposta su un hard rock agile e dinamico, classico nella sua fisionomia, ma aperto alla contaminazione con generi affini: ancora una volta, infatti, la scelta dell’autoproduzione permette ampia possibilità di manovra al gruppo, che non teme di mostrare influenze di ampio respiro, che partono dall’heavy metal più classico, per arrivare al rock progressivo.

 

Dopo l’intro strumentale di atmosfera (abbastanza d’ordinanza), è “Buried Treasure” ad aprire le danze, con il suo piglio energico e il suo marcato groove. Certamente si nota subito come i pezzi siano costruiti attorno alla chitarra di Simone Terigi, il quale, oltre ad avere la responsabilità delle backing vocals, sembra essere il mastermind del gruppo, essendo l’autore di gran parte dei testi, della parte grafica ed avendo affiancato alla console Pier Gonella (Necrodeath, Mastercastle) in diversi momenti della lavorazione dell’album. L’opener è un pezzo classico, tra l’hard e l’heavy, che in più di un momento ricorda i primissimi pezzi proposti da quell’altra band simbolo dell’underground italiano che risponde al nome di Elektradrive. Valida l’alternanza tra i passaggi più ritmati e quelli più armonici, dove viene fuori il gusto melodico della band, senz’altro di qualità. Riff anni ’80 introducono “The Ring Of Power”, altro pezzo abbastanza tirato e deciso, assolutamente vintage nel flavour, con ottime armonizzazioni nella seconda parte che fanno da apripista ad un assolo di chitarra davvero bello. Si cambia decisamente registro con “Everything Dies”, pezzo più elaborato dei due precedenti, inquadrabile senza particolari difficoltà in un contesto progressive, specialmente nella seconda parte dove si mette in buona evidenza il lavoro di Gianluca Eroico alla batteria, capace di supportare anche con una certa personalità i fraseggi della chitarra, in questo caso più imprevedibili che nei pezzi precedenti. Dopo l’incisiva “Stonehunter” (valida la linea vocale, specialmente nella scelta di doppiare il cantato sul finale e con il singer Alessio Calandriello sugli scudi), tocca al delicato strumentale “A Blanket Of Stars” fare da introduzione al trittico finale, che, ancora una volta, pone i Lucid Dream a cavallo di più generi: se “Magnitudes” fa l’occhiolino ad un prog metal attento e raffinato (leggasi Fates Warning), “Broken Mirror” è ben radicata nel più classico Prog Rock (Rush?). Ma è con la conclusiva “The Theater Of Silence” che la band ligure raggiunge il climax delle proprie capacità compositive, osando proporre una mini-suite strumentale ricca, elaborata e ben arrangiata, dove tutte le influenze prima menzionate trovano ampio spazio. Come se ciò non bastasse, il pezzo è ottimamente arricchito dalla partecipazione di un vero terzetto di archi, che attraverso un rondò nella fase conclusiva, lo rende classico e sofisticato insieme.

 

Otherwordly” è un lavoro ben composto, suonato e registrato. Personalmente, chi scrive avrebbe preferito una chitarra ancora più incisiva nella distorsione (Ty Tabor dei King’s X prodotto da Brendan O’Brien? Magari...) e una scelta più marcata della strada da intraprendere a livello di songwriting tra un genere e l’altro, ma si tratta di pure preferenze personali. Rimane il fatto che i Lucid Dream con questo terzo lavoro fanno davvero una buona figura, mostrandosi ottimi musicisti. Un ascolto è doveroso.

Vittorio Cafiero

 
75