Recensione: Out of the Ashes

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Out of the Ashes’ è l’album di debutto degli spagnoli Juggernaut, pubblicato il 1 dicembre 2017 via Art Gates Records.

Il loro sound è paragonabile ad una bordata di cannoni di antiche navi da guerra in combattimento: devastante ed incontenibile, colpo dopo colpo una contro la fiancata dell’altra. Per ottenere questo il combo iberico prende il meglio del Thrash anni ’90, che all’epoca, a dir la verità, non aveva ottenuto molti riscontri positivi, lo depura dalle contaminazioni non Metal, lo appesantisce ulteriormente con tonalità Groove, in alcuni casi lo estremizza al limite del Death mentre in altri lo riporta alla condizione d’origine: il vero e sano Heavy Metal.

Il risultato è devastante e distruttivo: una macchina che macina qualunque cosa calpesti senza fermarsi, dimostrando che il nome Juggernaut (dal nome sanscrito  Jagannātha, termine che rappresenta, appunto, una forza inarrestabile) è più che appropriato.

Colpisce molto la voglia di produrre qualcosa di nuovo, mantenendo il rispetto del passato, ottenuto primariamente dalla chitarra del veterano Daniel Millàn (già nei Gauntelet) e dall’uso della voce di Javi Perera, che utilizza il cantato in clean, pur se non molto esteso, per amplificare le linee melodiche dei pezzi, mentre infonde sensazioni di rabbia e disperazione passando, con estrema naturalezza, ad un growl non troppo esasperato ma deciso ed enfatico.

juggernaut band page

Nove brani, della durata inferiore ai quaranta minuti, che dicono un po’ di tutto attraverso la propagazione di luci ed ombre.

Vishnu’ introduce cupamente l’opera, con un arpeggio elettrico su controarpeggio acustico. C’è un po’ di confusione sonora, che viene però smorzata da una presa di potenza.

Potenza che continua in ‘Eye for an Eye’, un imponente Thrash moderno che richiama il passato con un buon cambio di tempo che passa al caro e vecchio ‘mosh’.

La successiva ‘Cry Of Rage’ tende ad essere ancora più estrema, con strofe demoniache ed al contempo melodiche ed un passaggio di chitarra con un inusuale sottofondo di tastiere.

Poi si passa a ‘Beyond Thunderdome’ con un netto cambio di direzione: la velocità è più controllata con un assolo quasi in chiave psichedelica che poi diventa Hard Rock. Il brano è un buon pezzo Heavy Metal.

Ashes to Ashes’ è un breve brano melodico e lento che anticipa ‘Dust to Dust’, traccia che riporta agli anni ’90, ricca di accelerazioni e rallentamenti, con passaggi che alternano melodia ad odio e che contiene uno degli assoli più belli dell’album.

Poi i Juggernaut sorprendono di nuovo con la divertente ‘Shattered Star’, che ricorda alcune composizioni dei Megadeth; il brano è ben strutturato e lineare ed ha un buon assolo. Anche se è meno d’impatto rispetto ai restanti lavori, non perde la caratteristica generale di elemento inarrestabile.

Con ‘Scavenger Hunt’ si ritorna alla violenza alternando velocità a mid tempo, mentre ‘Jawbreaker’ chiude l’album: il classico tra i classici dei Judas Priest tratto da ‘Defender of the Faith’ del 1984, personalizzato ma non snaturato, da una chiara idea della versatilità artistica dei Juggernaut, che riescono a trarre il meglio dai quarantacinque anni di musica dura.

Come giudizio personale, il sottoscritto preferisce quando il combo si muove tra le strade del Thrash e dell’Heavy Metal più puro rispetto a quando esplora i sentieri del Groove e del Death, ma è anche vero che gli artisti devono esprimere quello che sentono e non solo quello in cui riescono meglio o che il pubblico cerca (per chiarire: nessuna frecciata a nessuno).

Qualcosa a livello di songwriting va rivisto, soprattutto quando genera confusione in alcuni passaggi tra strofe e refrain, qualche sbavatura va corretta, ma il giudizio è comunque più che positivo.

 
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