Recensione: Outlaw Gentleman & Shady Ladies

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Quando si pensa all’innovazione in campo metal, gli esempi che vengono alla mente provengono prevalentemente alle sottocorrenti più estreme, quasi che siano furia e violenza le Muse più facilmente propense a sgravarci dal fardello della banalità. In quest’ottica, era stata senz’altro una piacevole sorpresa l’arrivo sulle scene dei danesi Volbeat, decisi a farsi avanti con una proposta musicale quantomeno originale, pescando a piene mani elementi dai generi più disparati, spolverando una base heavy con riff thrash, elementi rockabilly e imbastardimenti punk.

Mentre i duri e puri storcevano il naso, i quattro macinavano record di vendite e venivano osannati come araldi del Metallo del nuovo millennio, sfondando gli angusti confini della madrepatria e dilagando nei festival europei.
Ed eccoci qui, a distanza di tre anni dall’ultimo “Beyond Hell/Above Heaven”, ad ascoltare il nuovo parto in casa Volbeat, il primo con l’ex-Anthrax Rob Caggiano alla chitarra. Oltre a lui, una nutrita serie di ospiti a condire le tracce, una masnada di comprimari su cui troneggia l’epica figura di King Diamond, voce aggiunta nel singolo apripista “Room 24”. Questa creatura sarà all’altezza delle precedenti o la solida struttura del gruppo comincerà a vedere segni di tentennamento? Inutile indugiare, procediamo ad analizzare “Outlaw Gentleman & Shady Ladies”!

Sotto la copertina del CD, perfettamente coerente con il percorso grafico intrapreso nei precedenti dischi, si nascondono ben quattordici tracce, per una durata complessiva di circa un’oretta. Basta un breve calcolo sulla durata media dei pezzi per avere un indizio sulla direzione in cui hanno deciso di muoversi i paladini del thrashabilly con questo nuovo opus creativo.
La chitarra di Caggiano ha contribuito a inspessire un po’ i riff della band che risultano, infatti, più massicci rispetto a quanto sentito in passato. Non immaginatevi, però, che il quartetto abbia sterzato bruscamente e che i musicisti siano diventati degli epigoni degli Slayer. Rispetto a quanto sentito nei precedenti capitoli della discografia della band, non ci sono stati grandi scossoni e non credo che nessuno rimarrà sorpreso quando, anche questa volta, dalle casse dello stereo cominceranno a fluire incessanti pezzi veloci, immediati e penetranti, brani caratterizzati da un’immediata fruibilità da parte dell’ascoltatore, facili e coinvolgenti e con la latente capacità di rimanere ancorati nelle pieghe del nostro encefalo. Alcune delle canzoni, come “Pearl Hart” o la già citata “Room 24”, sono si più graffianti del normale, ma sempre e comunque pulite e smussate in modo da non urtare troppo le orecchie dell’ascoltatore sensibile.

Le canzoni sono trascinanti, è innegabile, ma non per questo esenti da difetti; a forza di limare e rifinire il prodotto, infatti, i Volbeat hanno perso per strada parte della loro carica emozionale. L’obiettivo di alcune delle tracce pare unicamente quello di fungere da riempitivo accattivante, dietro ai riff orecchiabili e alle linee vocali spensierate, non si percepisce alcunché. Mi riferisco, ad esempio, alla scialba “The Hangman’s Body Count”, una zuppa di Metallica lasciata a freddare e riproposta all’ascoltatore, o “The Sinner Is You”, una sbrodolatura hard rock mono-riff davvero ripetitiva.
Non è la scarsa possanza a sminuire questi brani; all’interno dello stesso disco troviamo contraltari immediati ma, non per questo irrilevanti, pezzi talmente orecchiabili e catchy da sforare nell’eretico campo del pop (il binomio “My Body” e “Lola Montez” è così permeante a livello auricolare che potrebbe finire tranquillamente su Mtv, se la rete trasmettesse ancora musica). Piuttosto, dopo averli ascoltati, non rimane nulla, a parte una vaga sensazione di fastidio. Il loro inserimento all’interno dell’album è una mossa di dubbia utilità, dettata più probabilmente da strategie commerciali che da ipotensioni creative.

“Outlaw Gentleman & Shady Ladies” non sarà di certo un disco che passerà alla storia della Musica. Sebbene sia vario e piacevole, non è di certo all’altezza dei precedenti prodotti della band danese. Dopo aver consolidato il proprio stile, i nostri hanno deciso di insistere su una strada ben battuta e non si spingono più il là del necessario, confezionando un CD che non delude i fan ma che, di certo, non si sbilancia in sperimentazioni di alcun tipo o tenta di proporre soluzioni stilistiche diverse dal solito.
Il giudizio finale è manicheo: se non vi sono piaciuti i precedenti album dei Volbeat, di certo non cambierete idea con questo; se vi siete divertiti ad ascoltarli o avete avuto modo di apprezzarli dal vivo, invece, questo quinto capitolo è un acquisto a colpo sicuro. Se, invece, fate parte della schiera degli indecisi, ascoltate prima qualche anteprima, interrogatevi sulla vostra apertura mentale e sulla capacità di incamerare musica “facile”. Se volete riff violenti, fraseggi intricati e linee melodiche complesse, girate al largo.

Damiano “kewlar” Fiamin

 
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