Recensione: Outsider

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Da una band secolare come gli Uriah Heep di Mick Box non ci si possono attendere sorprese.
Troppa tradizione, storia ed esperienza sulle spalle per poter produrre qualcosa di meno che gradevole.
Di contro, davvero troppo radicato, profondo e solido il legame con le proprie radici per tentare un che di insolito o difforme da una struttura musicale che è, sin dalle origini, una sorta d’imprescindibile trademark.

I tempi dei capolavori leggendari sono ormai declinabili in trapassato remoto e le idee per eccellere in un panorama fatto di tantissime nuove proposte - soprattutto dopo quarantacinque anni di carriera e ventitrè album in archivio – non possono ovviamente essere più fresche e scattanti come quelle di una volta.
Un nuovo disco degli Heep insomma, ora, in questo scorcio di nuovo millennio, ben difficilmente potrà mai affacciarsi alla grandezza di un “Salisbury”, un “Demons And Wizards” o un “Look At Yourself”, figli esclusivi di uno stato di grazia maturato tramite una congiunzione di fattori pressoché irrepetibili e di una creatività e voglia di osare che erano basi di un costante fermento d’ispirazione.
Non per questo tuttavia, il gruppo ancora oggi fieramente guidato dal quasi settantenne Mr. Box potrà mai dirsi spento oppure in stato di disarmo.

Le scintille primigenie di estro innato sono in parte affievolite ed il desiderio di andare oltre territori consolidati è un aspetto – fisiologicamente – in ribasso. L’amore per il rock rimane però sempre costante e lontano da età anagrafiche, così come permangono intatti il talento e la maestria tecnica. Ma soprattutto rimane acquisito e certo il proverbiale “mestiere”, quella caratteristica tipica delle grandi band storiche e da tanti anni in scena che – a seconda da come viene proposta e valutata – può essere assunta come una qualità o un limite. Eppure, un fattore che sa sempre rivelarsi utile e funzionale nella costruzione di un qualcosa di sufficientemente degno e meritevole.
Ecco, come già accaduto in altre occasioni, “Outsider” il nuovo album degli Uriah Heep è descrivibile proprio così: un buonissimo e molto dignitoso disco di “mestiere”.
Nulla cioè, che nel suo complesso possa eccitare gli animi in modo incandescente; parimenti, nulla che possa scalfire nemmeno per sbaglio la solida reputazione costruita tassello per tassello in tantissimi anni di militanza.

Pressoché immortali “dinosauri del rock”, gli Uriah Heep si portano da sempre appresso un suono che è un marchio di fabbrica, riconoscibile tra mille. Il rombo dell’Hammond orchestrato da Phil Lanzon è come una voce che identifica senza possibilità d’errore: quel suono che accoglie sulle note iniziali della opener “Speed Of Sound”, traccia d’esordio del ventiquattresimo capitolo di una storia infinita che si rivelerà, a conti fatti, come uno degli episodi migliori dell’intero cd.

Abbiamo parlato di album di mestiere poco fa. Certo è che, se tutto “Outsider” si fosse mantenuto sui livelli eccellenti della già citata “Speed Of Sound” e della successiva – stupenda – “One Minute”, le definizioni sarebbero state ben altre, prossime a qualcosa di molto simile agli attuali vertici del migliore hard rock.
Pathos, suoni avvolgenti, cori d’impatto ed orchestrazioni importanti: Bernie Shaw, Mick Box e compagni, in questi due frammenti paiono ringiovanire d’improvviso, inanellando un uno-due degno della loro leggendaria grandezza. Un bel segnale, che lascia intendere come il songbook di questi “vecchi marpioni”, possa ancora regalare qualche bella sorpresa.

Il cosiddetto stile di “maniera” arriva dopo, da “The Law” in avanti. Il marchio è sempre e comunque “Uriah Heep 100%” ed il potenziale d’ascolto inalterato, tuttavia la sensazione di avere in cuffia una serie di composizioni “medie” – dotate cioè di qualche spunto interessante ma mai troppo “oltre” – si rende preponderante e tangibile.
Chitarre in primo piano, ottimi assolo e ritmi hard rock che non lesinano in energia: tutto davvero ben fatto, suonato a meraviglia e prodotto senza sbavature. Le emozioni e l’intensità racchiusi nei primi due brani del cd, sono però piuttosto distanti.
L’esempio della title track si pone come emblematico: una speed song arrembante e svelta, che però scivola senza troppo aggredire o far breccia.
Il proverbiale “mestiere” è, insomma, l’anima che alimenta canzoni quali “Anybody Gonna Help Me”, “Looking At You” e “Can’t Take Away”, passaggi che non potranno mai essere descritti come di scarso valore ma che, allo stesso modo, non hanno al loro interno motivi per assurgere a particolari vette di gradimento nelle playlist degli appassionati.
Frammenti di eccellenza sono, ad ogni buon conto, sempre rilevabili sebbene in modo discontinuo: “Jesse” e la conclusiva “Say Goodbye” (traccia che ci auguriamo non essere preludio d’addio) sono due canzoni di massima godibilità, fondate su di un rifferama solido come l’acciaio, cori enfatici  e sul consueto slancio delle tastiere di Lanzon. Shaw, dal canto suo, mostra d’essere sempre in possesso di corde vocali di tutto rispetto.

Un disco in sostanza, che non potrà essere mal accolto ne dagli storici seguaci del gruppo, ne dai neofiti dell’ultima generazione, affacciatisi all’universo hard rock da pochi scampoli di tempo.
Certo, un nome come quello degli Uriah Heep è un “affare di cuore” riservato per lo più a molti sostenitori della vecchia guardia, eppure, chiunque si porrà all’ascolto di “Outsider” non potrà che ricavarne l’unanime impressione di un buonissimo album.
Non eccelso magari, ma comunque del tutto degno di una storia lunga, gloriosa e rispettabile come quella di Mick Box e della sua grande band.

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