Recensione: Outstrider

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Ecco finalmente nelle nostre mani la risposta a Northern Chaos Gods. L’abbacchio, da non confondere con quello che ha scritto Abbachiara che vive a Zocca ma non è una zoccola, si presenta alla prova del secondo disco con una formazione a quattro elementi completamente rimaneggiata rispetto al debutto. Sono della partita Ukri Suvilehto alle pelli, Mia Wallace al basso e Ole André Farstad alla chitarra solista e i presupposti per fare bene ci sono proprio tutti. Outstrider offre una manciata di brani e una cover dei Bathory, Pace 'Till Death, per una quarantina di minuti scarsa e piuttosto veloce di un black thrash abbastanza canonico e dalle poche pretese. Mettete quindi da parte le velleità su un possibile generatore naturale di stalagmiti come il precedente parto di Demonaz e Horgh e approcciatevi a questo disco estivo con un ventilatore o una stanza climatizzata.

Partiamo dalla produzione che, se nel debutto sembrava impattare contro un cuscino, qui offre una batteria che sembra sponsorizzata da una ditta di materassi e ha un suono pastoso e piuttosto amorfo specialmente sulla cassa. I pattern risultano poco dinamici in particolar modo durante i frangenti meno veloci e il resto è a un livello “solo” accettabile e non rende comunque giustizia al come dovrebbe suonare un disco black in generale. Il basso esiste solo nel booklet e le chitarre,non originalissime o memorabili in fase di riffing, fanno praticamente la stessa cosa tranne qualche sporadico assolo qua e là a dare un po’ di brio. Quello che apparentemente potrebbe sembrare una ciofeca unica, trova invece un miglioramento importante in fase di songwriting che riesce a salvare la baracca e a portarla a livelli discreti in maniera inaspettata. Gli otto brani sono ficcanti al punto giusto e non stanno troppo a pensarci sopra; l’aver puntato sull’immediatezza paga, l’headbanging è assicurato e siamo certi che questi brani dal vivo faranno sfracelli.

Si parte un po’ in sordina per dare il meglio dalla parte centrale in poi: brani come The Artifex o la titletrack sono un ottimo biglietto da visita e faranno contenti anche i fan più intransigenti. Si rimane però sempre li, nel discreto, senza picchi di eccellenza o sussulti memorabili in grado di poter ambire a scalpi più sanguinolenti. Un appunto va fatto ai finali dei brani che, quasi tutti, sembrano buttati lì alla vacca maniera e vanno dal coitus interruptus alle sfumature repentine facendo quasi mancare all’ascoltatore le onomatopee tipo ua!, blé!, guagliù o altre amenità che avrebbero di certo concluso con più spessore od etica.

Outstrider quindi non strafà praticamente mai e crediamo non ne abbia nemmeno voglia; è un prodotto professionale e ben suonato e che fa proprio di tutto per buttarla in caciara, compreso il box set con cerone per face painting e una toppa che è il non plus ultra del kitsch. L’impressione è che Abbath ormai abbia puntato sul non prendersi e non prendere nulla sul serio, credendo di più sul personaggio rispetto alla qualità musicale e col forte rischio di perdere i fan più affezionati e non raggiungere mai quel salto di qualità che le cose più accessibili dovrebbero dare. La strada delineata è buona e speriamo che la nuova formazione compia questa volta il giusto rodaggio per arrivare a creare qualcosa di veramente sopra le righe; per adesso la partita si conclude con gli Immortal di gran lunga vincitori, e non perché sono gli Immortal ma perché musicalmente hanno dimostrato di essere a ben altro livello. Lasciamo come sempre il giudizio a voi sulla cover dei Bathory che si trova alla fine dell’opera e in ogni modo vi caldeggiamo, anzi, vi freddeggiamo l’ascolto di Outstrider; sicuramente poco longevo ma il breve ed intenso non passa mai di moda come uno svolazzo giù da una scarpata chitarra in mano.

 
70