Recensione: Parasitic Slavery

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Death metal!

Con tutte le sue ramificazioni in sottoclassificazioni varie - old school, symphonic, technical, brutal, blackened, melodic, ... - negli ultimi anni si è un po' persa per strada la vera attitudine del genere madre.

Attitudine che, invece, si ritrova praticamente intatta negli inglesi Body Harvest, forse aiutati dalla loro provenienza geografica che, in qualità di culla dell'heavy (NWOBHM), tende a onorare con fiero orgoglio i dettami meno maneggiati e imbastarditi di tutte le fogge metal, death compreso, ovviamente.

Così, "Parasitic Slavery", secondo album in carriera, altri non è che la continuazione del concetto espresso dai chitarristi fondatori - Gareth Nash e Jake Ettle-Iles - nel 2011, anno di nascita della loro creatura: "creare il massimo della devastazione con il death metal".

E così è: dopo il breve intro strumentale/ambient 'The Wrath of Ra', parte il furibondo assalto alla giugulare da parte dei Nostri. 'Global Decimation' fa fede al suo nome: Nash, con il suo mostruoso growling dai toni stentorei, liberato con il petto in avanti e la testa abbassata, prende per mano le redini del platter come un condottiero in un campo di battaglia. Il sound è potentissimo, violentissimo, devastante, appunto, come da premessa. Le chitarre dei due axe-man elaborano riff durissimi, rapidissimi, tessuti in una trama monolitica che distrugge tutto e tutti come in una deflagrazione termonucleare. Il basso di Dan Shaw Odell tuoneggia in sottofondo, tuttavia perfettamente intelligibile, pompando energia allo stato puro a un suono annichilente, da totale allucinazione. Il bestiale drumming di Will Pearson - mai domo nonché fucina di incredibili bordate di blast-beats - compie lo scempio finale di uno stile finalmente dedito alla creazione di puro e semplice death metal, ovviamente modernizzato secondo suoni e modi che non distolgono il combo di Bristol di compiere la sua opera demolitrice. Con ciò vengono in mente gli eccessi di act formidabili e leggendari come Anaal Nathrakh, Zyklon, Myrkskog, giusto per dare l'idea con degli esempi a caso ma centrati. Formazioni che, come i Body Harvest, riescono a sviluppare un death metal bestiale, dalla massima aggressività, mortale. Senza attraversare il confine con il grindcore.

Uno stile pertanto azzeccato in tutto e per tutto che, malgrado una forma mentis dedicata allo sconquasso assoluto, riesce a incanalare la formidabile forza distruttiva in una decisa, ferma, adulta personalità. Non sono molti i gruppi in grado di volare alla velocità del suono senza perdere colpi, mantenendo una buona dose di riconoscibilità e di carattere. Insomma, non ci vuole molto per inquadrare lo stile del quartetto britannico in un qualcosa che si possa individuare con relativa facilità; malgrado un sound inadatto ai palati più fini. Questa è roba per duri, per chi è in grado di reggere senza sfiancarsi una quarantina di minuti di musica infernale, che non conosce ne tregua né pietà.

I brani si susseguono tutti rispettosi dell'agghiacciante sfacelo compiuto da un sound quasi senza limiti se non quelli umani. Non ci sono né buchi né cali di tensione: la sequenza dei brani stessi è allineata al modus operandi con cui i quattro cavalieri dell'Apocalisse concepiscono la musica. Non c'è molta differenza, fra loro, è vero ma, questo - paradossalmente - è un elemento che contribuisce alla riuscita di un full-length al calor bianco. Furia, furia e ancora furia. Senza fine.

Si astengano nel modo più assoluto i deboli di cuore.

Daniele "dani66" D'Adamo

 

 
78