Recensione: Pelagial

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Esistono dischi che ti aprono gli occhi. Che ti fanno capire quanto il 90% delle uscite musicali sia inutile. Un 90% di gruppi che trovato un loro sound continuano a clonarlo all'infinito; di gruppi che non hanno un'identità e passano una carriera a seguire le idee altrui; di mandrie di sbarbatelli alienati dalla ricetta del successo propinata loro dalle major, sbarbatelli che spariscono dopo due album. Ciarpame inutile, e quando metti il disco giusto nel lettore lo capisci al primo ascolto.  

Si chiami Panopticon, si chiami De Loused in the comatoprium, si chiami Precambrian, capisci che un album lascerà un solco nella tua vita sin dal primo ascolto. Precambrian, appunto, fiore all'occhiello dei The Ocean Collective, band attiva appena dal 2004 eppure già assurta al blasone delle cronache per averci regalato un pugno di reliese ai margini del capolavoro senza quasi sbagliare un colpo. Fluxion, forse male invecchiato, forse acerbo, nove anni fa risultava nuovo, pionieristico e stupefacente nel combinare post rock e death metal. Il successivo Aeolian, probabilmente l'unico (mezzo) passo falso dei nostri, abbassava decisamente il tiro, dando netta predominanza al lato aggressivo dell'ensemble tedesco. Mai basteranno parole ad elogiare la bellezza del già nominato, monumentale Precambrian, probabilmente uno dei capisaldi nel panorama metal del decennio trascorso, e un discorso simile si può fare per Heliocentric, sebbene in questo episodio i tedeschi calassero il tiro, ripulendosi dagli intellettualismi jazz. Ciò nonostante Heliocentric si rivelò comunque un disco straordinario, tanto da far passare il suo doppio Anthropocentric, pur d'alta scuola, come una sorta di riempitivo - ed analizzeremo altrove il perché. 

La questione davvero sorprendente però, è che i The Ocean non sono un gruppo di rottura totale, come lo furono ad esempio gli i Mars Volta o i Dillinger escape plan. La matrice death è sempre stata marcatissima fin da Fluxion, che per quanto granitico aveva molte divagazioni strumentali (Nazca, Equinox) che faceva di questo mucchio selvaggio di tedeschi qualcosa di estremamente semplice da catalogare eppure di inaudito. Gli anni son passati e l'U-Boot capitanato da Robin Staps si è evoluto in mille forme d'espressione, senza però mai tradire le proprie brutali radici. 

Abbiamo parlato di Unterseeboot e mai parola sarebbe più azzeccata perché questo ennesimo concept dei tedeschi si dedica all'esplorazione degli abissi. L'Ocean che indaga l'ocean, dando vita ad una prova ancora una volta monolitica (e si vedrà perché), che supera ancora per ambizione e sofisticatezza sia Precambrian che i gemelli centrici. Per stessa ammissione di Robin Staps infatti Pelagial è stato concepito in maniera unitaria ed è stato scritto come una composizione singola, divisa in undici parti solo in un secondo momento. Altro fatto, originariamente Pelagial doveva essere caratterizzato da un progressivo quanto inarrestabile rallentamento ritmico, in un secondo momento però il mastermind ha optato per spezzare il trend con correnti ascensionali e turbolenze subacquee. Ciò non toglie però che Pelagic si muova in questo senso, divenendo man mano sempre più cupo e prendendo al suo interno una forte carica progressive, che si può notare sia nella ripresa di alcuni temi che nella struttura di certuni episodi.

Per tale assunto dunque, le prime canzoni risultano di assimilazione estremamente semplice ed anzi la sezione Mesopelagic si rivela per un geniale miscuglio di metal core, Isis e Radiohead, dotato di una fenomenale progressione che si marchia a fuoco nelle orecchie dell'ascoltatore ed anzi potrebbe far fare al collettivo il fatidico salto: non di qualità, ma di pubblico.

Col passare nella sfera batipelagica i ritmi diventano assai più serrati, e costituiscono la parte più feroce del disco, con decise accellerazioni e riff Mastodon-tici che induriscono i toni ma non incupiscono l'atmosfera. Atmosfera che invece subisce un sensibile incupimento in Bathypelagic, laddove, dopo ripetuti ascolti, si ha la netta sensazione che se Staps avesse mantenuto il disegno iniziale, il disco da qui alla fine sarebbe stato una lagna allucinante. Per fortuna non è così: Bathypelagic è sì cupo, ma non pesante,  risulta piuttosto malinconico, sicché Signals of anxiety risulta assai semplice da memorizzare grazie anche al buon ritornello di Loïc Rossetti. Ecco, Loïc Rossetti in questo disco offre prestazioni vocali di tutto rispetto, svariando su moltissimi registri anche a distanza ravvicinata. Lo confermano la sezione Hadopelagic ancora cupa e malinconica, ancora semplicemente da applausi, e nelle due tracce conclusive, da vedersi come un estenuante tutt'uno. Qui l'U-Boot tocca il fondo ritmico e offre quindici minuti di doom lento claustrofobico, massiccio e opprimente, come la pressione che deve opprimere gli organismi che vivono sul fondo dell'oceano a diecimila metri di profondità.

Si è cercato di parlare soprattutto per trend musicali, evitando di elogiare questa o quella traccia, per un motivo molto semplice. A causa degli elementi prog di menzionati in precedenza, a causa della riproposizione degli stessi temi musicali con diversi contorni atmosferici, Pelagial si presenta (escludendo le prime due parti) come qualcosa di estremamente fluido che, farcito di correnti ascensionali e turbolenze subacquee, procede liquido dall'inizio alla conclusione, e risulta impossibile ricordare quale parte del disco sia lambita da quel chorus o quel riff, a patto di non scriverlo su un foglio di carta.

Insomma, ci troviamo di fronte, ancora una volta, ad un'opera matura, complessa ed impeccabile che sta sommersa da qualche parte tra Mars Volta, Isis e Mastodon. Va da se che la prima parte risulti di semplice assimilazione eppure vedrete che la seconda, col procedere degli ascolti, si stamperà implacabile nel vostro cervello. E ancora una volta, quando metterete Pelagial nel lettore, capirete che i The Ocean hanno fatto il disco giusto.

Tiziano "Vlkodlak" Marasco

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