Recensione: Perennial Anguish

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Continuo e costante, l’amore degli appassionati per il death metal primigenio – quello delle radici che portano il nome di Possessed, Morbid Angel e Death – dà vita a band che, incuranti del tempo che passa, ripercorrono le strade già battute da intere generazioni di musicisti cinque lustri fa.   

È (anche) il caso dei giovani finlandesi Concrete Icon che, a distanza di sei anni dalla nascita, danno alle stampe il primo full-length, “Perennial Anguish”, dopo una discreta produzione discografica che annovera un due demo (“Flood Of Darkened Thoughts”, 2008; “Desecrating The Throne”, 2010), uno split con i grinders The Seventh Gate (“Cogito Ergo Doleo / Horrors Of The Divided Mind”, 2010) e un EP (“Where The Horns Reign”, 2012).

Old school purissimo, quindi, anche se rispetto a parecchie altre formazioni impegnate semplicemente a reiterare il sound primigenio il quartetto di Turku cerca di metterci del suo. E lo fa impregnando il proprio stile con un’atmosfera lugubre, buia, malsana, a dire il vero più facile da incontrare nel doom; soprattutto quando la velocità di esecuzione cala sensibilmente verso slow-tempo mortiferi, funerei.

Come dimostra “Rapture And Torment”, dissonante e tormentata song, le cui disarmonie e i dilatati riffoni catapultano l’ascoltatore in un mondo arido, angoscioso, dominato dalla sofferenza. Sensazioni acuite dal growling primordiale di Jake, che a volte sfuma nello screaming, i cui gorgoglii rimandano direttamente ai precursori del genere, e dal suono morbosamente carnoso (“Righteousness Decayed”) delle asce a sei corde, manovrate dallo stesso Jake assieme a Krister Virtanen. La calda e ricca di groove sezione ritmica fornisce, poi, il quid necessario per completare uno stile ovviamente non originale (sennò, che vecchia scuola sarebbe?) ma ricco di personalità e immutabile, nella sostanza sia tecnica sia emotiva, durante il percorso da “Haven Defiled” a “Perennial Anguish”.

La cura dei dettagli per affrontare al meglio il viaggio introspettivo nelle paure, nel dolore e nella sofferenza dell’anima delle persone non esime, anche, furibonde accelerazioni sconfinanti nella follia dei blast-beats (“Sadness Upon Us”). E ciò, probabilmente, per aumentare il disagio, l’ansia per una condizione umana mai serena, anzi tormentata dal costante senso di morte che accompagna ciascun individuo lungo il suo penoso percorso terreno. “Callous Reaper” alimenta questa percezione di fastidio incipiente ponendo di fronte riff lentissimi a blast-beats, disturbando ulteriormente e definitivamente la serenità di un sound che, per precisa scelta dei Nostri, è metaforico di stato d’animo che non può essere diverso dall’afflizione. Qualche aggiunta di tastiera, come nell’epica “The Choir Of Serpents”, non fa altro che confermare – dal tono – la bontà di un disegno artistico a tutto tondo (cover, testi, ...) volto a disarmare ogni speranzosa velleità per un futuro il quale non potrà essere che buio, freddo e pregno di disperazione per la sfortunata Umanità. Se “Monarch In Emptiness”, infine, riassume a sé praticamente tutte le caratteristiche dello stile del combo della Varsinais-Suomi, risultando per questo il brano più completo ed efficace del disco e quindi rappresentativo del CD medesimo, la title-track spinge il piede sull’acceleratore per iniettare nel cuore il doloroso stato d’ansia che l’ensemble nordeuropeo, così tanto bene, sa mettere in musica: l’angoscia.    

Per tale abilità e per aver messo sicuramente del loro in uno stile immoto per definizione, i Concrete Icon possono, con “Perennial Anguish”, superare i limitati confini del death metal vecchia scuola per giungere alle orecchie di un pubblico più vasto, incline a trovare, nella musica, la materializzazione concettuale delle proprie ossessioni, inquietudini e turbamenti.

Daniele “dani66” D’Adamo
 

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