Recensione: Perfect World

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I tanto bistrattati anni Novanta continuano a fornire oggi fonte d’ispirazione per molti giovani gruppi che con buona probabilità si sono avvicinati al mondo dell’heavy metal passando prima dal Seattle sound, la musica metal alternativa, il crossover, il punk/hardcore o tutti gli altri generi che andavano per la maggiore in quello specifico decennio. Sebbene molti di questi abbiano sviluppato un proprio stile in linea con i tempi che corrono e ovviamente più vicino ai propri gusti e preferenze maturati negli anni, canzoni brevi di due/tre minuti, la quasi totale mancanza di soli di chitarra e strutture ridotte perlopiù all’osso caratterizzano ancora alcune delle produzioni odierne, anche senza scomodare paragoni con altri gruppi (o una determinata scena), dal punto di vista musicale.

È questo il caso dei romani Carton, arrivati con “Perfect World” al traguardo del secondo album sulla lunga distanza dopo il debutto autoprodotto, “Alter Ego”, del 2011. Il quartetto capitolino naviga in una sorta di limbo tra thrash e hardcore, una miscela diretta e schietta, accattivante quanto d’impatto, che potrebbe essere definita thrashcore – al tempo probabilmente avrebbero affibbiato loro l’etichetta di band crossover. Una musica di protesta, in-your-face e stradaiola, che potrebbe tranquillamente provenire da un qualche sobborgo della Grande Mela o da distretti meno abbienti (come da immaginario cinematografico) quali il Bronx o il Queens, alternando, come da tradizione, brani tirati a qualche traccia più rotonda e carica di groove. Insomma, i fan dei vari Biohazard, Hatebreed, S.O.I.A. e Cro-Mags avranno pane per i loro denti dall’ascolto di “Perfect World”. Una delle prime differenze, però, che si possono notare, rispetto ad alcuni di questi, è che i Carton hanno una maggiore propensione alle scorribande thrash, specie per quanto concerne il buon riffing work di DanPK improntato più all’uso del palm muting piuttosto che ai riff aperti tipici dell’hardcore. Al contrario di buona parte dei gruppi hardcore/thrash newyorkesi, poi, il cantato di Cristiano Iacovazzo è più simile a quello dei Beastie Boys, del compianto Adam Yauch, come impostazione e timbro, oppure a Zack De La Rocha dei R.A.T.M. Il singer, comunque, predilige un tono pulito, raramente urlato e in ogni caso abbastanza differente dal caratteristico stile rappato di questi ultimi. C’è da dire anche che, pur dimostrando una certa esperienza (data anche da più di un decennio di militanza nei Tintozenna), per il momento non possiede il loro medesimo carisma, ma considerate le sue buone capacità e la particolare voce, quanto a personalità, ci sono margini di miglioramento incoraggianti.

Ad ogni modo ritengo che al momento la loro arma in più sia rappresentata dalla sezione ritmica, composta dal nuovo entrato Alessio Martucci al basso e Daniele Di Marzio alla batteria, per intesa e dinamicità. Tanto da compensare in buona parte alcune composizioni non sempre ispiratissime nella prima parte del disco. La partenza è molto buona con l’accoppiata “Perfect World” e “Shut Up”, entrambe veloci e catchy al punto giusto. Due brani che dal vivo potrebbero generare vortici umani di pogo nei momenti più tirati, specie il secondo. Discutibile, forse, solo la scelta di piazzare di fila due pezzi in fin dei conti piuttosto simili tra loro, ma poco male. “Jump” è molto probabilmente il brano più debole del lotto, in quanto un po’ troppo votato al mainstream, sebbene abbastanza piacevole per fare due “saltelli” dopo un paio di birre medie. Buona, anche se non trascendentale, la cadenzata e robusta “Horror Kebabp”, forte di un ritornello che si imprime subito in testa. Tuttavia è solo dalla trascinante “Fuckin’ Hard Day” in poi che l’album spicca il volo e ci regala i momenti migliori trascinandoci fino alle battute conclusive.

In generale “Perfect World” è un lavoro godibile, a tratti devastante, che pecca solo di una certa ripetitività di fondo. Difetto, anche in termini di longevità, nel quale è facile incappare quando si sceglie di affidarsi quasi totalmente a composizioni semplici e dirette. Non è un caso che, a parte qualche eccezione, i brani più riusciti siano anche i più articolati e riconoscibili. Mi riferisco in particolare a “Young Lost” e “Prophecy 2.0.12”, poste in chiusura. La prima, grazie a un portante riff killer che si sposa alla perfezione con una linea vocale malsana che ricalca il geniale e caratteristico stile di Layne Staley (attenzione però a non abusarne in futuro), fino alla bruciante accelerazione finale. La seconda e ultima, per l’interessante alternarsi di mid tempo e ripartenze fulminee in pieno stile hardcore. Da sottolineare poi il valido solo che chiude la traccia: è veramente un peccato il fatto che i Carton non abbiano cercato di sfruttare maggiormente questa possibilità e il gusto che il loro chitarrista dimostra di possedere. Con la speranza che il terzo sia il lavoro del definitivo salto di qualità, consiglierei al combo romano di guardare, senza ovviamente scopiazzare, a quanto fatto da un gruppo come i Cro-Mags, per esempio e alla loro abilità di differenziare in maniera netta le proprie composizioni, curando anche la fase solista.


Orso “Orso80” Comellini

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Tracce:

01. Perfect World 3:18
02. Shut Up! 2:07
03. Jump 3:01
04. Horror Kebabp 3:14
05. Fuckin’ Hard Day 2:55
06. Brave Captains 3:28
07. Wrong Way 2:44
08. Don’t Blame Me 2:46
09. Young Lost 5:14
10. Prophecy 2.0.12 4:16

Durata 33 min. ca.

Formazione:

Cristiano Iacovazzo – Voce
DanPK – Chitarra
Alessio Martucci – Basso
Daniele Di Marzio – Batteria

 
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