Recensione: Periphery IV: Hail Stan

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Sono passati tre anni dall’uscita di “Periphery III: Select Difficulty” e, come da programma, il gruppo del Maryland torna a far parlare di sé.

Lo status di “next gen”, per dirla in termini tennistici, dopo sei album (compreso il presente e l’esperimento del doppio “Juggernaut”) e un EP tutti quanti di livello medio-alto è ad oggi abbondantemente superato.

Pertanto i Periphery, con la mente sgombra da – tutto sommato inutili - paragoni con mostri sacri del passato e con poco d’altro da dover dimostrare, ritornano in pista con ciò che riesce loro meglio: un nuovo lavoro a base di quel mix di progressive, *core e Dio solo sa cos'altro che risponde all’ormai familiare nome di djent metal.

In questo senso va detto che il nuovo parto di casa Mansoor & Co. non va in alcun modo a snaturare un mosaico sonoro ormai consolidato, sorretto dalla sapiente alternanza tra sfuriate di efferata violenza ed eleganti fughe melodiche guidate ora dalla mutevole voce di uno Spencer Sotelo più che mai in palla, ora dalle sempre ispirate chitarre.

D’altro canto sarebbe del tutto ingeneroso affermare che “Periphery IV: Hail Stan” risulti in alcun modo stantio o riciclato, tale e tanta la carne messa al fuoco dalla band.

Basta ascoltare la chilometrica opener “Reptile” con i suoi mille e più cambi di mood senza perdere un colpo per saggiare il livello d’ispirazione dei musicisti, ma il discorso può essere ulteriormente approfondito sulle note della Dream Theater-iana “Garden In The Bones” (tra le migliori dell’intero album e non solo) o dell’altrettanto notevole “Satellites”, tutti esempi di composizioni intelligenti, in grado di percorrere binari ormai noti senza tuttavia dare l’impressione di “guidare col pilota automatico”.

Per gli ammiratori del lato più “raw” dei Periphery c’è poi altrettanto di che gioire: la cruenta “Blood Eagle” (a tratti in odore di Faith No More) e la caotica “Chvrch Bvrner” con le sue particolari linee vocali seminano distruzione e morte con una consapevolezza e un metodo forse finora mai raggiunti dal sestetto.

Dopo le buone botte, per parafrasare lo slogan di un celebre show televisivo di un paio di decenni fa, la buona notte: fatta esclusione per l’ammanierata “Follow Your Ghost”, forse l’unico pezzo un po’ sottotono dell’intera tracklist, il finale veleggia infatti (finalmente) verso lidi più melodici.

“It’s Only Smiles” è quasi pop nel suo incedere e le sue linee melodiche aperte e solari ma conserva un certo stile che non può lasciare indifferenti, configurandosi come una potenziale hit (proprozionalmente al contesto nel quale si muovono i Periphery, ovviamente) e costituendo assieme alla fortemente elettronica “Crush” una doppietta di pezzi piuttosto lontani dai canoni espressivi del gruppo, eppur foriera di potenziali interessanti sviluppi futuri.

Non sono poi da meno la vivace “Sentient Glow” e la conclusiva “Satellites”, al cui incipit sognante segue un gran finale in progressione melodica ed emotiva, squarciata dalle urla ferine di un Sotelo francamente imprendibile a questi livelli.

Nel complesso “Periphery IV: Hail Stan” si configura come un album che non presenta particolari evoluzioni dal punto di vista del sound (fatti salvi un paio di episodi) ma che nel contempo ha il grande pregio di non cadere praticamente mai nel banale e nello scontato, regalando all’ascoltatore svariati momenti di grande goduria e mettendo in mostra una maturità finora mai così evidente.

Stefano Burini

 
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