Recensione: Perseverance

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Direttamente dalla bella Salerno, gli Stamina (da non confondere con gli Stam1na, band finnica che ha da poco pubblicato l’album "SLK"), attivi da più di una decade, danno alla luce il loro terzo full-length, dopo quattro anni d’attesa. Accanto ai fondatori Luca Sellitto e Andrea Barone, troviamo un nuovo bassista, Jacopo Zarone (già attivo dal vivo con gli Aborym) e un nutrito numero di ospiti, tra cui Göran Edman e Maria McTurk, artefice delle magiche backing vocals dei Royal Hunt. Il combo italiano ha evidenti debiti nei confronti della band di Andersen (già a partire dal logo): hanno aperto alcuni concerti per il ventennale dei Royal Hunt e chiamato in causa Henrik Brockmann in un pezzo del precedente album "Two of a kind".
Fatta questa premessa, il rischio di essere una band derivativa è un rischio tutt’altro che minore, a maggior ragione se pensiamo che il sound dei danesi è pressoché inimitabile. Gli Stamina in passato hanno dimostrato di saperci fare; con "Perseverance" si può dire che la band avverte un leggero calo d’ispirazione, ma resta su buoni livelli.

Ne è la prova un opener a dir poco magistrale. “Higher” attacca con un bell’acuto e tastiere orientaleggianti. Sonorità vicine ai Magnitude 9 di Rob Johnson e quel quid di basso in slap che dà un tocco d’originalità e freschezza. Bello il refrain melodico, vicino ai primi Royal Hunt. Trovano spazio anche un synth alla Stratovarius, un assolo di chitarra tecnicamente appagante e un acuto conclusivo.
“Breaking Another String” ha inizio sinfonico, ma i primi secondi procedono un po’ farraginosi. Göran Edman è sempre d’applausi e certe sonorità progressive (tra cui un’allusione theateriana? nei testi che recitano «You have to take the time!») sembrano ingannare l’ascoltatore rievocando gli Shadrane di Vivien Lalu. Ottimo stacco di basso solista (al min. 3:57) e ancora un assolo di chitarra riuscito. Peccato per una certa ripetitività nel refrain ripetuto ad libitum.
Tra i brani più memorabili di "Perseverance", va incluso a ragione “I’m Alive”. Giorgio Adamo canta con una voce melodica e un falsetto vicino al Tobias Sammet che fu; le linee di basso regalano qualche finezza e le dinamiche sono suggestive, con inserti di chitarra semiacustica. Il ritornello magnetico e ipermelodico, vicino ai Freedom Call, è la quintessenza del power metal (ma con una “spruzzata” di Threshold negli assolo): vi resterà in mente per mesi e mesi.

“Just Before the Dawn” prende avvio mestamente, con toni raminghi e ricchi di pathos (sempre di matrice Royal Hunt), complice un Edman incredibilmente eclettico. Assolo barocco delle sei-corde e un minutaggio oltre i sei minuti. Bella la toccante coda semiacustica con tanto di violoncello e tinte spagnoleggianti.
La title-track ha un attacco heavy e pomposo, con delay di chitarra, hi-hat “cattivo” e tastiere à la Vision Divine (le prime parole «I’m a man on a mission» sono un celato tributo ai Gamma Ray?). La prova delle tastiere è sempre in evidenza, ma il refrain non è dei più riusciti. Buoni i controtempi di batteria, ma gli acuti di Nils Morin (Dynazty) non graffiano.
Altra potenziale hit, “Naked Eye” si presenta come un brano sapido già nei primi secondi cadenzati. Sonorità AOR e vagamento disco-music, sintetizzatori anche alla Derek Sherininan, ma permane una certa ripetitività di fondo.

Attacco roccioso per “Unbreakable”, ma la scelta di filtrare la voce di Giorgio Adamo è più che opinabile. Tra i filler dell’album, nonostante un ritornello azzeccato.
Nils Morin si comporta meglio in “Wake Up the Gods”, traccia più ispirata e tra le migliori del platter. Sonorità hard-rockeggianti e ideali per strappare applausi in sede live.
“Winner for a Day”, in chiusura, vede al microfono l’attuale cantante degli Stamina, Jacopo di Domenico. Attacco happy con tastiere ludiche, cui segue un hammond che più Royal Hunt non si può. Peccato Maria McTurk non brilli più di tanto, senza una degna comprimaria. Nella cadenza finale ci sarebbe stato bene un acuto di Michael Kiske, ma dobbiamo accontentarci di un falsetto tirato.

Gli Stamina confermano quanto di buono hanno saputo regalare in passato, proponendo tastiere eclettiche (con un ventaglio si sintetizzatori invidiabile) e linee di basso arricchenti. Il gruppo salernitano, tuttavia, non sembra aver trovato ancora un’identità ben definita lontano dal fantasma di Andersen & Co. In questo senso si può intendere anche l’anodina copertina dell’album, che nella figura “mascherata” ricorda i Fates Warning di "Disconnected" e i Pathosray di "Sunless sky".
Tra i brani più convincenti “Higher”, “I’m Alive”, “Naked Eye” e “Wake Up the Gods”. Il resto, è  musica più che discreta, nulla meno, nulla più..

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