Recensione: Phanerozoic I Palaezoic

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Li abbiamo aspettati a lungo, i The Ocean. Cinque gli anni di silenzio che hanno fatto seguito a "Pelagial"; un album che, se non era il più bello, era sicuramente il più complesso e il più maturo. Il più bello però, a parere di chi scrive e per una serie di motivi che è inutile spiegare, rimane "Precambrian". Inutile dunque dire che chi scrive ha preso con doppia emozione l'annuncio di una nuova fatica del gruppo capitanato da Robin Staps aus Berlin. Eh già ormai si può parlare un gruppo fatto e finito, in realtà, tanto che dal monicker è sparita la dicitura "Collective".

Ad ogni modo, si è detto di una duplice emozione: da un lato, la semplice consapevolezza di un nuovo lavoro; dall'altro, la curiosità per il fatto che tale lavoro riparte proprio dove Precambrian era terminato. "Phanerozoic I Palaezoic" affronta infatti l'epoca successiva al precambriano, una delle più lunghe e interessanti nella storia del nostro pianeta. In questi milioni di anni, infatti, sulla nostra terra è comparsa la vita e, verso la fine del Devoniano (mi pare), la vita ha abbandonato il mare ed ha conquistato la terra. Niente dinosauri ancora, sia chiaro. Solo una miriade di trilobiti, insettoni assurdi e pure qualche squalo.

Ciò detto, a me riesce difficile abbinare i testi psicologici di questo lavoro alle ere del Paleozoico. Anche a livello strutturale si possono trovare delle inesattezze, ad esempio il fatto che il Siluriano, l'era più breve del Paleozoico, si trasformi nella seconda traccia più lunga. Ma pazienza, sarà anche ora di smetterla di parlare di geologia e iniziare a discutere di metallo.

Perché di metallo qua ce n'è ed è pure molto buono. "Phanerozoic I Palaezoic" manca, in effetti, dell'immane varietà di suoni ed influenze che avevano contraddistinto "Precambrian". Al contrario, l'album di cui oggi può essere visto a pieno titolo come un "Pelagial parte seconda". Un disco monolitico, costruito con cura maniacale, dominato da tonalità plumbee eppure sognanti, meste eppure colorate, introspettive eppure sospese. Quest'opera può essere considerata a tutti gli effetti come un unicum, per quanto le tracce siano tutte ben distinte e i cambi di velocità arrivano inaspettati. Non li si nota, tutto sembra un brodo primordiale omogeneo, mentre invece il disco si conferma il ben noto tourbillon di sensazioni, dalla calma alla violenza e viceversa.

E poi, me lo si consenta, in questo episodio bisogna spezzare una lancia a favore di Loïc Rossetti. Il vocalist, criticato da alcuni al suo arrivo nel gruppo, estrae in questa occasione una prestazione davvero ispirata e versatile. E il suo tono rimane comunque molto riconoscibile. Ognuno può rendersene conto ascoltando pezzi 'Devonian: Nascent' e 'Permian: The Great Dying'.

E non è un caso, forse, che proprio queste siano, molto probabilmente, le due migliori composizioni. La seconda ruvida e rabbiosa, la prima introspettiva e dilatata. Probabilmente è proprio 'Devonian: Nascent', coi suoi ritmi ipnotici, a offrire la chiave di volta del disco: in questa prova i The Ocean paiono virare in modo deciso verso il post rock, eppure – non solo per le liriche – la composizione non è affatto fredda e statica come ci si potrebbe aspettare.

Degna di nota è poi 'Cambrian II: Eternal Recurrence', che apre meravigliosamente il disco, pur non discostandosi da quanto ascoltato anni or sono in "Pelagial". Altro pezzo incredibile, forse il più ambizioso del lotto è infine 'Silurian: Age of Sea Scorpions', continua altalena di atmosfere ed emozioni, che svaria tra vari stili ed influenze e, ancora una volta mette in risalto la prova di Rossetti.

"Phanerozoic I Palaezoic", dicevamo, non si discosta molto da quanto sentito in "Pelagial" (e visto quanto sentito nel demo coi Mono, a mio modesto parere possiamo reputarci felici). Tuttavia ne migliora la forma, rendendola più compatta, più leggera, più facile da assimilare. Ne viene fuori un disco senza punti deboli, che non stanca e non è banale. Il genio di Robin Staps non si è spento e i The Ocean tornano in gran forma, si confermandosi una delle realtà più valide del metal estremo attuale.

 
85