Recensione: Phantom Antichrist

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In un genere relativamente ostile all'innovazione come il thrash metal, è sempre stuzzicante immaginare come i gruppi storici, quelli con quasi trent’anni di storia alle spalle, affronteranno la prova dell'ennesimo nuovo disco in uscita. Si tratterà di un lavoro ispirato? Ci sarà ancora la carica aggressiva dei tempi d'oro? Oppure gli anni e la maturità acquisita nel tempo avranno smussato, se non affievolito, la rabbia primordiale, elemento tipico del genere?

Conosciamo tutti molto bene i Kreator: sappiamo che Mille Petrozza è persona troppo intelligente, nonché professionista e artista vero, per adagiarsi a tempo indeterminato sugli allori di album apprezzati da pubblico e critica, ma tutto sommato sfornati a colpo sicuro; da Violent Revolution in avanti, infatti, il combo di Essen ha inanellato una serie di lavori 100% Kreator, ossia di puro thrash teutonico senza compromessi. Esperimenti e contaminazioni messe da parte, i nostri hanno facilmente riguadagnato il consenso perso negli anni '90 – al netto del “calo fisiologico” del genere in quegli anni – in cui avevano tentato la via della novità con album quali Renewal, Cause For Conflict ed Endorama, dischi tanto imperfetti quanto coraggiosi. Dopo una decina d'anni di limitata dinamicità creativa, quindi, i Kreator, forti di un nuovo contratto con Nuclear Blast, tornano a riposizionare la propria proposta: le modalità questa volta sono molto diverse rispetto alle precedenti sortite in territori sconosciuti (prima simil-industrial, poi groove-thrash, poi ancora gothic metal) e, soprattutto, meno drastiche, in quanto si tratta di scelte stilistiche tutto sommato prevedibili alla luce degli ultimi lavori.

Nella realtà dei fatti, con Phantom Antichrist i Kreator A.D. 2012 sono una band metal nel senso più totale del termine: thrash, certamente, ma con una rinata verve classicheggiante, che si percepisce già dal primissimo ascolto. Se l'inizio del lavoro - a parte un'innovativa intro, Mars Mantra, davvero pacata e d'atmosfera - non dà adito a sorprese, con la title-track che sembra un'outtake da Hordes Of Chaos e con la successiva Death To The World “ferocemente” Kreator, già con From Flood Into Fire le cose cambiano. La melodia la fa da padrone, i cori si sprecano e il chorus ha il palese obiettivo di creare un inno per gli appuntamenti dal vivo. E qui, ancora una volta, l'annosa questione: svolta commerciale? Innovazione? Coerentemente con quanto spesso affermato in passato, il sottoscritto evita le prese di posizione a prescindere e preferisce basarsi sull'intrinseco valore del pezzo, che, in questo caso, si lascia ascoltare con piacere (pur non essendo certamente la hit dell'anno): volendo approfondire l'esame del pezzo, troviamo linee di chitarra pulita che si doppiano a vicenda, un bridge crescente in termini di intensità e un refrain quanto mai corale, nella melodia come nelle liriche (“...one thousand voices sing // we're in this together...”); poi un assolo ad hoc per scatenare il pit che trae in inganno, infine un break improvviso soffuso. Pezzo ricco, quindi; un errore grave tacciarlo di banalità.

E' una strada che in un certo senso ricorda quella intrapresa dai compatrioti Sodom, che con l'ultimo In War And Pieces hanno edulcorato il loro sound (forse in maniera meno netta), con risultati comunque apprezzabili. E lo stesso ritengo possa dirsi per questa nuova fatica targata Kreator, gruppo oramai tanto navigato da saper organizzare alla perfezione la tracklist, posizionando dopo il pezzo anthemico quella bordata old school che è Civilization Collapse.

Spiace forse soltanto rilevare una seconda metà meno solida della prima. Pezzi buoni, ma certamente non entusiasmanti in termini di songwriting e quindi davvero non memorabili, intelligentemente piazzati dopo gli highlight dei cd. Ancora, alternanza di parti più soft e di accelerazioni (United In Hate), ripetersi di chorus di facile presa (Victory Will Come e la fin troppo prolissa Your Heaven, My Hell), fino ad arrivare alla stucchevole power-ballad Until Our Paths Cross Again.

 

Riprendendo quanto affermato all'inizio, è condivisibile la scelta di Petrozza &Co.: alternare periodi di continuità stilistica a fasi di “rottura” (che, nella fattispecie, non è nemmeno così categorica) è l'unico viatico per affermare la propria personalità di band e il proprio ruolo all'interno della scena. Peccato solo per alcuni momenti meno brillanti, perché diversamente questo Phantom Antichrist avrebbe certamente costituito il miglior biglietto da visita peri una band che ha ancora molto da dire. Così non è stato, ma ciò non toglie che i Kreator continuino ad essere dei capiscuola di un genere che certamente hanno contriubuito a creare.

 

Vittorio “Vittorio” Cafiero


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Tracklist:
1.Mars Mantra
2.Phantom Antichrist
3.Death to the World     
4.From Flood into Fire     
5.Civilization Collapse     
6.United in Hate     
7.The Few, the Proud, the Broken     
8.Your Heaven, My Hell     
9.Victory Will Come          
10.Until Our Paths Cross Again

Durata: 45 minuti c.a.

Line-up:
Mille Petrozza - Vocals, Guitars
Christian "Speesy" Giesler - Bass
Sami Yli-Sirniö - Guitars
Ventor - Drums

 
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