Recensione: Phenomankind

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Parlare oggi di scena underground suona un po’ forzata come cosa. Sino a un paio di decenni fa era invece tutta un’altra storia. Non c’era YouTube, né Bandcamp, Facebook o più semplicemente Internet era completamente diverso rispetto a oggi. Le band emergenti vivevano di MySpace, ma quelli più intenzionati a uscire allo scoperto macinavano chilometri per suonare nei luoghi più impensabili, spesso per pochi spiccioli, con il solo obiettivo di farsi conoscere e sperare di poter diffondere al numero maggiore possibile di persone la propria musica. Ma ovviamente il tempo scorre e se l’avvento di centinaia di social network e nuovi modi per collaborare, conoscere e diffondere la propria arte hanno consentito di ampliare anche il genere musicale più di nicchia come il black, l’underground ricopre pur sempre un valore imprescindibile e trasuda un’aura che è rimasta immutata nel tempo.

 

Che una band black metal componga e suoni esclusivamente ciò che vuole, senza la minima intenzione di scendere a compromessi è risaputo, ma c’è anche da dire che non siamo più sul finire degli anni 80 e tantomeno nel cuore dei 90, insomma per farsi notare c’è da mettersi d’impegno. Oggi vi porto in Francia, in quel di Parigi, alla scoperta di una band che nonostante non abbia proprio dei novellini tra le fila, offre all’abbraccio oscuro di Colui che porta la luce il proprio disco d’esordio, intitolato Phenomankind. Si chiamano Cor Serpentii e sono il trittico composto da Frédéric Gervais (voce), Nicolas Becuwe (chitarra) e Benoìt Jean (basso). Ad aggiungere le parti di batteria ci ha pensato un certo Jonathan J.

 

Black metal underground quindi, ma non aspettate di trovarvi una registrazione lo-fi sulla scia di DarkThrone et similia. Infatti, pur trattandosi di un album autoprodotto, ci troviamo a che fare con 10 brani che mettono in mostra non soltanto le incredibili capacità tecniche del gruppetto parigino, ma anche le indiscusse capacità compositive che rendono l’intero disco un lavoro omogeneo, ma al contempo estremamente metamorfico, il tutto esaltato da una registrazione cristallina. Le prime due canzoni, Retrieval e A Closer Signal sono portabandiera del migliore connubio tra la violenza e la cieca velocità del black più tradizionale, con aperture melodiche e variazioni dannatamente progressive. Per un attimo, lungo i quasi cinquanta minuti di ascolto, si può perdere la convinzione di trovarsi di fronte a del pesante metallo nero, lasciandosi travolgere da una versatilità che si nutre avidamente di strutture intrise di una tecnica messa al servizio di una serie di canzoni che ti vengono incontro come una valanga – ogni secondo che passa, aumenta la propria velocità e le dimensioni delle conseguenze che causerà al momento dell’impatto.

 

Ogni episodio gode di vita propria, ognuno riesce a dipingere il volto di un album che non può e non deve assolutamente passare inosservato, tantomeno dopo aver scavallato la metà del disco e raggiunto la coppia devastante composta da Rise Of The Blind e Waves Of Wrath, momenti in cui la più folle e rabbiosa velocità d’esecuzione raggiunge il suo apice. Non c’è un attimo di incertezza e nonostante non si tratti di un lavoro semplice o musicalmente digeribile a tutti, nessun musicista o appassionato potrà restare impassibile di fronte alla compattezza del combo, ad una sezione ritmica ineccepibile e in grado di muoversi con inventiva e padronanza sulle tessiture chitarristiche che sembrano non ripetersi mai. Al di sopra delle parti, la voce di Gervais, tanto cattiva quanto melodica, a scombinare ogni idea e ogni pregiudizio che si potrebbe mai creare attorno a un disco che fa scuotere vigorosamente il panorama underground transalpino e non solo.

Se vi piace il black, ascoltatelo. Se vi piace il progressive, ascoltatelo. Se vi piace la buona musica e cercate qualcosa di davvero valido, ascoltatelo. E poi ascoltatelo ancora.

 

 

Brani chiave: Retrieval / A Closer Signal / Rise Of The Blind

 
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