Recensione: Phobia

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Nuovo assalto alla giugulare da parte dei Torture Killer con il nuovo “Phobia”, quarto full-length di una carriera cominciata nel 2002 e che conta, già, i precedenti “For Maggots To Devour”, 2003; “Swarm!”, 2006; “Sewers”, 2009; uno split con i Sotajumala, 2005, e, infine un EP (“I Chose Death”, 2012).     

Immutabile, come del resto si poteva prevedere dato il pregresso, l’attitudine dei finlandesi, calibrata su un death metal old school che più old school non si può. Non solo: un death metal old school confezionato con i fiocchi, che dimostra – una volta di più – l’incredibile talento musicale posseduto dalle popolazioni scandinave in materia di metal e, più specificamente, di metal estremo. Già, perché sebbene per ciò la Finlandia sia forse un pelo indietro a Svezia e Norvegia, e magari più adusa a sonorità vicine al black e/o al viking, i Torture Killer dimostrano senza incertezza alcuna quali siano i capisaldi stilistici che devono essere obbligatoriamente tenuti in massima considerazione per dar luogo a un ‘perfetto’ prodotto di death metal vecchia scuola.

Iniziando dal possente, vigoroso e... catarroso growling di Pessi Haltsonen, inappuntabile manifesto di un modo di cantare lontano da mode e contaminazioni se non per un leggero ‘sforamento’, ogni tanto, in un inhale frutto non di un’impostazione primigenia bensì di un naturale incattivimento delle linee vocali stesse. Un growling ottimamente ritmato, dalla metrica semplice, abbastanza intelligibile, che s’innesta con precisione fra gli aggressivi passaggi che realizzano le varie song. Passaggi ben distanti dagli arzigogoli pesantemente ricamati dal death tecnico, ovviamente, ma ricchi di dinamica, potenza; immediati e messi in fila con scioltezza per regalare a chi ascolta l’ineguagliabile sensazione di brutale veemenza che solo il death di venticinque anni fa sa regalare.

Stupenda, poi, la marcia tessitura cucita dalle chitarre ritmiche dell’affiatata coppia Jari Laine/Tuomas Karppinen, instancabile nel macinare riff su riff dalla pacifica derivazione thrash, senza però possederne la brillantezza tonale. Anzi, non mancano certi accordi bui e tenebrosi che non fanno mai dimenticare che il death metal è foggia musicale in primis lugubre e tetra. Qualche solo, qua e là, lacera la caliginosa atmosfera senza addentrarsi, tuttavia, su per le scale di astruse sequenze di note non mancando ad ogni modo di rilanciare un mood melodico derivante direttamente dall’heavy metal. La rimbombante sezione ritmica, che pesca parecchio dalle lezioni in materia dei primi Slayer, incessante nel rifinire con calore uno stile che evita pure la follia dei blast-beats, seppur apparentemente poco incisiva, in realtà genera quei battiti primitivi che danno successivamente origine a un sound pieno, carnoso, possente, ‘analogico’ e dannatamente efficace.  

Oltre a saperci fare con la costruzione di un suono davvero coinvolgente e trascinante, il combo di Turku mostra una certa abilità anche a saper metter giù delle canzoni dal tiro irresistibile. Nulla di nuovo, sia chiaro, ma brani come “Faces Of My Victims” e “March Of Death”, per dirne due, sono autentiche delizie per i putrefatti quanto famelici palati degli appassionati. Riff devastanti, rabbiose accelerazioni, rallentamenti sconfinanti quasi nel doom, ritmi da furibondo headbanging e, in generale, una palpabile sensazione di naturalezza e scioltezza tale da far vedere i Torture Killer come una sorta di band... nata per il death!     

Come sempre, quando si discute di vecchia scuola death, non si può e non si deve focalizzare l’attenzione su un parametro, l’originalità, che c’entra – per definizione del genere stesso – come i cavoli a merenda. “Phobia” è a tutti gli effetti un lavoro onesto, schietto, diretto, sicuramente semplice ma fatto con il cuore. I Torture Killer trasudano passione da ogni poro, e tale passione la trasmettono senza filtri nella loro musica che, per questo, merita senz’altro la dignità di menzione.  

Daniele “dani66” D’Adamo
 

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