Recensione: Phoenix

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Dopo la reunion avvenuta nel 2006 ed accompagnata da un tour mondiale, interrotto nel 2007 a causa dei gravi problemi di salute del cantante e bassista John Wetton, gli Asia tornano con un nuovo studio album, intitolato ‘Phoenix’. In linea di successione dovrebbe essere visto come il seguito di ‘Alpha’ (1985), l’ultimo lavoro al quale hanno partecipato sia Wetton che il tastierista Geoff Downes, il chitarrista Steve Howe, e il batterista Carl Palmer. Fare riferimento ad ‘Alpha’ piuttosto che a ‘Silent Nation’(2004) oltre che per la line-up, che l’ha realizzato, è dovuto anche al fatto che ascoltando ‘Phoenix’ si ha proprio l’impressione di sentire un lavoro prodotto in quegli stessi anni, sia per la scelta dei suoni, dei ritmi e delle melodie.

Se siete dei fedelissimi dei primi Asia o dei super appassionati del pop anni '80 (Abba, Wham... solo per fare alcuni nomi…), questo album probabilmente non vi dispiacerà, visto che gli Asia hanno voluto puntare tutto sul revival; se invece vi aspettavate una rielaborazione e attualizzazione del loro prog-pop, questo disco non fa decisamente per voi.

La scelta della fenice, come simbolo di rinascita dalle ceneri della band è ben azzeccato, peccato però che il fuoco prodotto sembra rimasto fermo a quello delle origini.

Il punto più dolente di questa opera è la continua ricerca di brani o di hit di facile impatto, che hanno l’effetto di rendere piatto e prevedibile il susseguirsi delle tracce. Inoltre c’è da chiedersi se questa formula sarà in grado di far presa sul pubblico odierno, visto che da una parte ciò che si sente in giro, anche nel campo della musica commerciale, è distante anni luce da quel tipo di sonorità, e, dall’altra, le canzoni realizzate hanno una durata media molto elevata.
Come note positive ci sono le due suite, che forse rappresentano l’unico tratto distintivo con un minimo di originalità dell’opera.

L’album si apre con ‘Never Again’, il cui testo, come praticamente tutto l’album inneggia ad un atteggiamento propositivo verso la vita ed al concetto del Carpe Diem. Si prosegue quindi sullo stesso tema, in chiave più intimista, con ‘Nothing’s Forever’, per poi giungere ad un classica canzone d’amore, ‘Heroine’.
Il quarto brano, come già detto, è il momento migliore dell’album cioè la suite ‘Sleeping Giant / No Way Back / Reprise’, soprattutto nella prima parte, con i suoni sintetizzati di Downes intrecciati a quelli della chitarra di Howe. Ovviamente il messaggio della canzone è il non arrendersi.

Poi si riprende sullo stesso filo conduttore con ‘Alibis’, ‘I Will Remember You’ e ‘Shadow of a Doubt’, dove il revival probabilmente tocca il suo apice.

Nella seconda suite ‘Parallel Worlds / Vortex / Deya’, finalmente si sente qualcosa dalla batteria di Palmer.

Si continua così fino al brano finale ‘An Extraordinary Life’, il cui titolo fu deciso durante l’ultimo Tour viaggiando verso Asti, e visto i 3 by-pass coronarici può rappresentare bene quanto passato da Wetton in questi mesi; per cui anche alcune indecisioni vocali registrate in qualche brano sono tutto sommato scusabili.

Tutti noi conosciamo quale pagine della storia della musica abbiano scritto questi musicisti, quindi non hanno assolutamente nulla da dimostrare a nessuno. Tuttavia proprio questo, a mio avviso, avrebbe potuto farli optare per una scelta radicalmente diversa e più libera.

Tracklist:

1. Never Again
2. Nothing's Forever
3. Heroine
4. Sleeping Giant / No Way Back / Reprise
5. Alibis
6. I Will Remember You
7. Shadow of a Doubt
8. Parallel Worlds / Vortex / Deya
9. Wish I'd Known All Along
10. Orchard of Mines
11. Over and Over
12. An Extraordinary Life

Line-up

- Geoff Downes
- John Wetton
- Steve Howe
- Carl Palmer

Piccole note a margine:
Ci sarà una edizione limitata con la bonus track di ‘An Extaordinary Life’ in versione acustica.
Nei brani ‘I Will Remember You’ e ‘An Extraordinary Life’ c’è Hugh McDownell al Violoncello.

 
60